DELITTO DI VIA DEL BABUINO. 30 ANNI A CARRIERI CHE UCCISE MICHELA DI POMPEO

DI PAOLO VARESE

Via del Babuino, elegante via al centro di Roma. Negozi di alta moda e di antiquariato, suites eleganti  con affaccio su villa Borghese per ricchi turisti. Una via della Roma bene, che il 1° maggio del 2017 è balzata all’onore della cronaca nera a causa di un delitto per cui finalmente si è raggiunto un verdetto. In un appartamento in questa via che congiunge piazza di Spagna con piazza del Popolo vivevano infatti due persone, una coppia. Lei, Michela Di Pompeo, 47enne di Bolzano, insegnante di tedesco presso la scuola germanica di Roma, si era trasferita a Bolzano da bambina, al seguito del padre, dirigente della Montedison. Dopo un periodo trascorso a Milano, dove si era anche sposata mettendo al mondo 2 figli, si era trasferita, da separata, a Roma. E nel 2015 aveva conosciuto lui, Francesco Carrieri, 55 anni, dirigente del Banco Popolare, a sua volta separato. Francesco era un frequentatore del bel mondo, e pubblicava spesso foto di serate passate in compagnia di vip e personaggi famosi, prima di cadere vittima della depressione. Dell’uomo divertente e brillante stimato dai colleghi non era rimasto nulla, cancellato il profilo facebook, diverso anche sul lavoro, preda della gelosia. E forse è in quel cambiamento che va ricercata la motivazione per cui, la notte del 1° maggio uccise a mani nude la sua compagna, strangolandola, per poi infierire sul cadavere colpendola al volto con un manubrio da palestra, più volte, fino a sfigurarla. Poi, dopo il delitto, Francesco si era recato dai carabinieri, per raccontare cosa aveva fatto, omettendo di averla strangolata. Sembrava un normale caso di ordinaria follia, con tanto di confessione di gelosie, di una lite, di un momento di buio. Ma l’autopsia, disposta secondo prassi, rivelò la verità, quel torcere le mani intorno al collo della donna che diceva di amare. E poi emersero altri particolari, come un messaggio letto sul telefono di Michela qualche giorno prima della tragedia. Un messaggio innocuo “ Michela per caso sistemando delle cose ho ritrovato un tuo scritto. Volevo dirti che sono contento di avere conosciuto una persona come te”. Nulla di particolare, ma nella mente di Francesco evidentemente qualcosa era scattato, unitamente allo smacco di dover abbandonare l’appartamento pagato dalla banca perchè aveva avuto problemi sul lavoro. Secondo alcuni testimoni Francesco non aveva retto alla tensione di dover cambiare il suo stile di vita, dover rinunciare al bel mondo col timore di perdere anche lei, Michela. La Procura di Roma aveva chiesto, in prima istanza, 12 anni di reclusione, riconoscendo una semi infermità mentale dell’uomo, ma in seguito il G.U.P., recependo una richiesta di parte civile, aveva disposto una perizia psichiatrica, secondo la quale Francesco Carrieri era stato riconosciuto capace di intendere e di volere, affetto certamente da disturbo bipolare, ma comunque in grado di comprendere ciò che stava facendo mentre si accaniva contro Michela, la sua compagna che, sempre secondo gli accertamenti, doveva aver lottato per almeno 30 secondi prima di cedere, esanime, alla violenza dell’uomo che amava. Perchè Michela non voleva lasciarlo, anzi, era andata anche a vedere un abito da sposa, secondo quanto hanno raccontato le sue amiche in seguito. Il 21 marzo era stato ascoltato anche il fratello della donna, che confermò l’intenzione di Michela di volersi sposare e che si era espresso negativamente in merito alla richiesta di 12 anni di pena richiesti dalla procura. E la magistratura ha deciso sulla scorta di quanto emerso e di quanto riportato dagli specialisti, condannando l’uomo a 30 anni di carcere per omicidio volontario. 30 anni per quei 30 secondi in cui Michela lottava per non essere uccisa, pensando chissà cosa, aggredita nel sonno alle 5 del mattino, nel suo letto, in quella che credeva essere la sua casa