OGGI VI PARLO DI ME. UNA VITA OSTINATA E CONTRARIA

DI CLAUDIA PEPE

È così sono arrivata a 58 anni. Oggi più che mai, mi sto girando a guardare la mia vita. Una vita non bella, ma nonostante tutto una vita. Un destino amaro mi aspettava quel 10 ottobre 1960, quando davo la gioia più grande a due genitori non proprio giovani, ed a una famiglia felice. Quando sono nata una stella deve avermi accarezzato il capo, e pensato che avrei provato tutto il dolore del mondo e poche gioie. Quelle gioie sono state i miei figli, i miei studenti e il bene che gli amici mi dimostrano ogni giorno. È una grande conquista, pagata troppo cara. Se mi volto indietro vedo la mia fanciullezza spezzata dalla morte del mio grande fratello Pino. Sapete era lui la mia vita e io la sua. Mi amava più della sua vita, ma una notte dei carabinieri sono venuti a casa nostra e così hanno detto che aveva avuto un incidente ed era grave. Sono partiti mio fratello e mio padre, e l’hanno trovato con un turbante in testa su una lastra di marmo. Non mi avrebbe più portato sulle spalle a correre insieme a lui. Se guardo indietro vedo la resistenza di una grande famiglia calabrese, di un grande padre che ha fatto studiare tutti i suoi 5 figli all’Università, amando la moglie come un brillante prezioso. Se guardo indietro mi vedo spaurita, spaventata e terrorizzata dal futuro. Ed avevo ragione. Se guardo indietro, vedo dei sorrisi e tante lacrime. Ma questo capita a tante persone. Quello che non perdono al mio destino, oggi che compio 58 anni, è di avermi levato mio figlio, la sofferenza più grande che si possa provare, e poco dopo avermi regalato il cancro. Questo non glielo perdonerò mai. Oggi, sono nel mio solito letto con quella stanchezza che non ti fa muovere, con quei dolori che non se ne vanno, con l’ansia che ti divora il cuore. La scuola è ormai un miraggio, ma mai nessuno mi toglierà il fiato per difenderla, avrò voce per i miei studenti, avrò ossigeno per sostenerli e proteggere. Sempre. Questo l’esistenza non me lo potrà mai togliere. In quest’anno di malattia ho scoperto di avere amici che sono diventati i miei argini su cui piangere e abbandonarmi. E tutti loro sono diventati la mia ragione di vivere, insieme a mio marito che sta vivendo ogni mio respiro e al mio figlio terreno a cui è stato riservato un compito difficile. Cercare di superare con immensa intelligenza i nostri drammi, le nostre lacrime, le nostre disperazioni. Ma oggi non devo essere felice, ma serena. Ho tanti amici, tanti si sono ricordati di me, e questo mi fa pensare che nella vita ho dato tanto. Tutto quello che potevo dare l’ho messo nel mio cuore e messo a disposizione di tutti. Tutti da me hanno avuto un sorriso e una carezza. Ma c’è un momento esatto verso l’imbrunire, in cui le assenze si sentono più che in ogni altro momento. In quegli attimi il dolore sale e ti si aggroviglia in gola. Ma sono una donna, una donna che ogni giorno si sveglia all’alba che le annuncia i suoi occhi stupiti. Io, ma soprattutto noi donne, abbiamo un cuore che qualche volta ci ammazza, ci violenta, ci abbatte nelle nostre giornate quotidiane. Se mi guardo indietro oggi il 10 ottobre 2018, vedo il Golgota che sto salendo ingobbita con la croce su una spalla. Ma non devo dimenticare mai che se non ci fossi io, non esisterebbe quell’universo che solo io ho potuto colorare. Stamattina mi sono mancati gli auguri di mia madre, che per fortuna non ha mai saputo nulla della mia malattia. Mi sono mancati troppo. Grazie amici miei di tutto. Mi avete fatto passare una giornata diversa dalle altre. Mi avete donato un minuto della vostra vita.

E questo è un dono che mi fa la vita.