PERCHÉ LUCANO E RIACE NON DEVONO DIVENTARE COMODE ICONE

L’ultima cosa di cui Mimmo Lucano e l’esperienza di Riace hanno bisogno è diventare icone del “politicamente corretto” e bersaglio di quello scorretto. E non solo perché il relativo scontro si traduce quasi automaticamente nella vittoria del secondo. Ma anche perché imbalsamare Lucano e il suo progetto in icone a uso e consumo di terzi ci farebbe perdere coscienza del carattere potenzialmente rivoluzionario di quella esperienza; almeno rispetto alla gestione disastrosa del problema migranti da parte della sinistra ufficiale.
Rivoluzionario (nel senso della rimessa in discussione radicale dell’approccio esistente) per almeno quattro ragioni.
In primo luogo perché muta radicalmente l’oggetto del contendere: non più l’accoglienza (leggi il soccorso in mare e lo sbarcare) ma l’integrazione. Sul primo tema, la sinistra è stata schiava della sua retorica fino all’autolesionismo (se la scelta era tra l’accogliere tutti e non accogliere nessuno, la risposta era scontata) e, sul piano delle soluzioni concrete, con una coda di paglia lunga un chilometro. Mentre il secondo le appartiene e può essere vincente.
In secondo luogo, perché ricorda a tutti un fatto che i dirigenti della “sinistra” amano dimenticare. Il fatto che, a creare la clandestinità e a impedire di uscirne è la legge Bossi-Fini, legge quindi non solo ingiusta ma criminogena. E ancora che la sinistra politicamente corretta è mancata, per volontaria rinuncia, all’obbligo morale e politico di cambiarla E, infine, che, come sta avvenendo negli Stati Uniti ma non solo, leggi ingiuste che non si possono o vogliono cambiare al vertice, possono e debbono essere rimesse in discussione alla base.
Ancora, è con l’esperienza di Riace che la battaglia per l’integrazione trova i suoi veri protagonisti e, con essi, la possibilità stessa di essere vincente.
Stiamo parlando delle centinaia di migliaia di persone in giro per l’Italia – associazioni civiche, amministratori, mediatori sociali, insegnanti, operatori sociali – per le quali la lotta alla xenofobia non è esibizione personale della propria superiorità morale ma pratica e direi fatica quotidiana ignorata dai media e collettivamente misconosciuta. Con Riace, questa pratica è tornata alla luce; e può anzi deve diventare una bandiera affidata pubblicamente a chi ha tutti i titoli per esercitarla. E per conquistare, intorno ad essa, un consenso maggioritario.
Da ultimo, Riace, esperienza che ha coinvolto, insieme ai migranti gli abitanti, ci ricorda che il metro della politica, e in particolare della politica di sinistra sono, in definitiva, le persone. E che i migranti sono persone: non simboli, positivo negativi, a uso e consumo di chi ne fa strumentalmente utilizzo.