RISCALDAMENTO GLOBALE. L’IPCC: STOP ALL’AUMENTO DELLE TEMPERATURE

DI MARINA POMANTE

 

Le conclusioni del rapporto climatico Sr15 dell’Ipcc sono preoccupanti, “Agire ora, o sarà la catastrofe climatica”, è questo l’allarme lanciato dagli scienziati, l’unica possibilità che ha l’intera umanità, è quella di invertire questo countdown.
La temperatura media globale potrebbe crescere di 1,5 gradi già nel 2030, rispetto ai livelli pre-industriali. Lo Special report 15 (Sr15), documento redatto dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc), risulta più che un campanello d’allarme una conferma definitiva. E’ Inutile che ancora qualcuno si ostini a negare i cambiamenti climatici e i reali sconvolgimenti ai quali il mondo andrà incontro, se non si agirà per limitare la crescita della temperatura media globale. La prima determinate azione è l’abbattimento a tempo di record delle emissioni di gas ad effetto serra.

Il rapporto Sr15 dell’Ipcc, è composto da una dettagliata analisi di 250 pagine, 91 autori, 6mila studi vagliati.
Il documento è stato pubblicato alle 3 di notte italiane di lunedì 8 ottobre (le 10 di mattina in Corea del Sud, dove si sono tenuti i negoziati tra i governi, prima della presentazione). Curata da un’equipe di 91 super-esperti provenienti da 40 Paesi, che hanno analizzato più di seimila studi. Con un controllo del lavoro, sottoposto al vaglio di altre decine di scienziati. Un lavoro meticoloso, titanico, che attesta che la temperatura media sulla superficie delle terre emerse e degli oceani di tutto il mondo è cresciuta di 0,17 gradi centigradi ogni decennio, dal 1950 ad oggi.

Il tempo stimato perchè si possa cambiare rotta e di soli 12 anni, c’è il rischio che se continuiamo questa evoluzione, si porterà la Terra a sfondare la barriera dei +1,5 gradi, rispetto ai livelli pre-industriali, già tra il 2030 e il 2052 (secondo i vari scenari presi in considerazione dal rapporto Sr15). In altre parole, nei prossimi dodici anni potremmo aver già raggiunto la crescita della temperatura, situazione ipotizzata per il 2010 nell’Accordo di Parigi, (nel testo infatti si parlava di massimo 2 gradi, ma “rimanendo il più possibile vicini alla soglia degli 1,5”). La preoccupazione realistica e che se nel resto del secolo la tendenza rimanesse invariata, la catastrofe climatica sarebbe assicurata, poiché a questo ritmo si arriverebbe a +3 gradi.

Secondo l’Ipcc, con il riscaldamento globale, il mondo dovrà prepararsi a casi di estati senza ghiaccio nell’oceano artico.

L’Ipcc ha analizzato come nel biennio 2017-2018 si sia già raggiunto un grado centigrado di aumento. Una situazione al limite della disperazione, si preannuncia. Nonostante tutto però, il Pianeta non è ancora dato per spacciato dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici.
Henri Waisman, ricercatore dell’Istituto per lo sviluppo sostenibile e le relazioni internazionali, coautore del rapporto, ha spiegato che, Il ruolo da loro svolto non è quello di determinare se sia fattibile o meno l’obiettivo contenuto nell’Accordo di Parigi, ma non c’è niente nella letteratura scientifica, che affermi che non si possa raggiungere. Gli scenziati hanno spiegato quali sono le condizioni necessarie per arrivare al traguardo. Ora saranno i grandi Paesi e i politici della terra ad assumersi le conseguenti responsabilità.

Il rapporto speciale, era stato ordinato all’Ipcc durante la Cop21 (Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite) di Parigi, nel 2015. L’obiettivo era infatti di comprendere quale fosse la traiettoria attuale proprio in riferimento alla soglia degli 1,5 gradi, proprio sulla base degli impegni finora presi dai singoli governi in materia di riduzione delle emissioni di gas climalteranti.

Waisman ha inoltre spiegato che, sono fondamentali le nuove tecnologie per recuperare la CO2 dall’atmosfera.
È per questo che l’Ipcc è corso ai ripari, sottolineando il fatto che è vitale introdurre tecnologie in grado di “recuperare” la CO2 presente nell’atmosfera e questo deve essere fatto in maniera quanto più ampia possibile. Il fine ultimo è di produrre anche quelle che sono state presentate come “emissioni negative”, proprio per evitare di utilizzare solo la biomassa (foreste, boschi e spazi verdi), per captare la CO2, perchè ciò comporterebbe, entrare in conflitto con settori come quello della produzione agricola, le cui superfici di suolo utili verrebbero limitate. Il che inasprirebbe la corsa all’accaparramento delle terre. Un problema non irrelevante e che, le tecniche artificiali di recupero del biossido di carbonio sono ancora allo stato embrionale.

Il rapporto Sr15 non ha risparmiato altre dinamiche conseguenti a questa evoluzione climatica.  Spiegando anche quale mondo ci troveremmo qualora l’Accordo di Parigi fosse rispettato. Quei “soli” 1,5 gradi in più, creerebbero non pochi problemi di vivibilità e le nazioni più vulnerabili potrebbero non avere il tempo di adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici. A rischio ci sono gli atolli, poiché il livello dei mari è destinato ad aumentare per parecchi secoli, a causa dello scioglimento dei ghiacci perenni.

Tutti questi scenari presi in considerazione dal rapporto Sr15 dell’Ipcc, attestano in conclusione che, le emissioni nette di CO2 dovranno essere azzerate entro il 2050 se si vorrà limitare ad 1,5 gradi la crescita della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali.

Il Livello dei mari sarà in crescita per secoli. D’estate l’oceano artico sarà senza ghiaccio.
Ciononostante con 1,5 gradi l’innalzamento sarebbe di dieci centimetri inferiore rispetto alla prospettiva di 2 gradi, nel 2100. E ancora, con 1,5 gradi, l’ipotesi di un’estate con un oceano artico privo di ghiaccio è preventivata come altamente improbabile (una volta al secolo), invece, potrebbe diventare molto più frequente (una volta ogni decennio) con 2 gradi.

Cosi come, con 2 gradi il 99% delle barriere coralline potrebbero essere distrutte, mentre la percentuale scenderebbe al 70-90% nell’ipotesi di uno scenario più favorevole. Hans-Otto Pörtner, presidente di uno dei gruppi di lavoro dell’Ipcc, ha spiegato: “Ogni piccolo aumento della temperatura provocherà conseguenze irreversibili come la perdita totale di alcuni ecosistemi”.
Pörtner indica anche che, negli oceani si attueranno numerosi sconvolgimenti causando la mortalità delle specie che hanno più difficoltà a spostarsi. E ci vorranno secoli prima che si potranno superare i cambiamenti che verranno prodotti nella chimica a causa del processo di acidificazione. Inoltre, nell’emisfero settentrionale si produrrà una moltiplicazione delle ondate di calore. Il Wwf ha sottolineato: “Il rischio che corre l’Europa meridionale è di andare incontro ad una desertificazione da qui alla fine del secolo”. Inondazioni e siccità colpirebbero poi ripetutamente non solo il Vecchio Continente ma anche l’America del Nord e l’Asia. Mentre gli uragani aumenteranno la loro intensità.

L’Ipcc chiede di rinnovare la quota dei rinnovabili nel mix energetico, riducendo al massimo le emissioni delle industrie, degli edifici e dei trasporti.
Ma come fare per evitare tutta questa catastrofe climatica. Il rapporto speciale Sr15 propone un capitolo intero alle possibili soluzioni che occorrerebbe attuare. Ed è stato proprio questo il punto focale sul quale non hanno trovato accordo, gli interessi opposti di alcuni Stati. L’Ipcc ha in ogni caso sottolineato più volte nel testo la necessità di ridurre drasticamente la domanda di energia delle industrie, dei trasporti e degli immobili. Per salvare il Pianeta, infatti, occorrerà ridurre del 45 % le emissioni globali di CO2 entro il 2030 (rispetto al 2010). E azzerare quelle “nette” entro il 2050. La quota di energie rinnovabili dovrà contemporaneamente arrivare al 70-85 per cento entro il 2050.

Tutto questo si traduce in grosse cifre da destinare a investimenti. E infatti l’Ipcc sottolinea in un paragrafo il fatto che il coinvolgimento deve essere globale e che tutti gli Stati del mondo devono esserne interessati. Il Wwf è lapidario: “L’umanità è di fronte ad una nuova guerra. Contro sé stessa. Occorre un cambiamento profondo delle nostre società. Se non agiamo immediatamente, nel 2040 potremmo aver perduto la battaglia”.

L’Ipcc ha puntato il dito contro le fonti fossili come il carbone. se non si abbandoneranno, addio agli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima.
Per scongiurare tale prospettiva, l’unica via è modificare radicalmente il nostro modo di produrre energia, e tra questi è proprio l’abbandono dell’utilizzo del carbone.

Valerie Masson-Delmotte, climatologa e presidente del gruppo di lavoro numero uno dell’Ipcc (sugli Studi dei principi fisici del clima), ha spiegato alla stampa internazionale che La richiesta all’Ipcc di stendere uno Special report arrivò nel dicembre 2015, quando era in corso la Cop 21, che portò all’approvazione dell’Accordo di Parigi: “Questo decennio è quello del bivio. Tutto dipenderà dalle decisioni collettive e individuali che prenderemo a breve termine, non in un futuro lontano”. Il rapporto speciale arriva in contemporanea ai festeggiamenti dell’Ipcc per i suoi trent’anni di attività. Ma apre un passaggio fondamentale nel percorso che porterà alla pubblicazione del Sesto Rapporto di valutazione, denominato Ar6, che dovrebbe avvenire nel 2022. Esso rappresenterà il nuovo documento di riferimento per tutti coloro che lottano contro i cambiamenti climatici e che a vario titolo offrono la loro professionalità.

Gli esperti ritengono che la strada attuale non consentirà di centrare gli obiettivi che la comunità mondiale si è fissata in materia di lotta ai cambiamenti climatici.

Il rischio effettivo, anche alla luce di quanto contenuto nello Special report 15, è che il percorso che il mondo mostrerà di aver seguito, da qui al 2022 non sarà sufficiente. In fondo già nel novembre del 2017, a pochi giorni dall’avvio della Cop23 di Bonn, il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente aveva lanciato un allarme facendo riferimento alle varie promesse avanzate dai governi per la riduzione delle emissioni di CO2 e quanto necessario per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, in tutto ciò: “esiste ancora una distanza catastrofica”.

Per questo motivo ai Governi era stato chiesto, prima del raggiungimento dell’Accordo di Parigi, di indicare nero su bianco, quali politiche intendessero adottare per limitare le emissioni di gas ad effetto serra; tali regole sono contenute negli “Indc”, Intended Nationally Determined Contributions. Il problema è che, già all’epoca, i calcoli indicavano che tali promesse non consentivano di rimanere al di sotto dei 2 gradi. Fonti istituzionali parlavano di una tendenza che avrebbe portato il livello a +2,7 gradi e ancor più pessimiste erano state alcune organizzazioni non governative, secondo le quali si sarebbero raggiunti i +3,5 gradi.

Decine di migliaia di commenti, centinaia di scienziati coinvolti. L’Sr15 frutto di un lavoro prometeico.
Rimanere entro gli 1,5 gradi centigradi ridurrebbe significativamente i rischi. Non soltanto rispetto alla traiettoria attuale, ma anche rispetto all’ipotesi di +2 gradi. Il rapporto Sr15 è il frutto della valutazione di circa cinquemila studi scientifici sul tema, scelti per la loro attendibilità, quindi verificati e valutati in maniera meditata (a ciascuno è stato dato un “peso” specifico).

Per capire la quantità del lavoro svolto, basti pensare che la prima bozza dello Special report ha ricevuto 13mila commenti da parte di 489 scienziati; la seconda versione 25.590 commenti, con il numero di esperti coinvolti salito a 570. Mentre il riassunto per i dirigenti politici, il documento approvato in Corea del Sud, è stato oggetto di 3.600 osservazioni. L’intera mole di commenti e note è stata valutata da un team di 86 scienziati provenienti da 39 paesi, selezionati in un gruppo di 570 super-esperti.

Criticare dunque la rigorosità del metodo di lavoro anche per gli stessi “climato-scettici” sauditi è sicuramente difficile.
Per questo, alla Cop23 di Bonn, presieduta alle Isole Fiji, nel 2017 è stato lanciato il “Dialogo di Talanoa”, che dovrebbe portare ad una revisione degli Indc. Masson-Delmotte ha concluso: “Il nostro messaggio non è che siamo ormai troppo in ritardo per agire. Ma che occorre accelerare gli sforzi, oggi ancora balbuzienti, per restare in linea con gli 1,5 gradi. Basti pensare che, anche con una temperatura stabilizzata, il livello dei mari continuerà inesorabilmente a crescere, costringendo milioni di persone a migrare”.

Uno studio ha messo in evidenza come le foglie degli alberi stiano diventando più spesse in relazione all’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’aria. In questo modo le piante sarebbero meno efficienti nell’assorbire il carbonio dall’atmosfera.
Nonostante siamo al corrente che il nostro modo d’agire porta a conseguenze irreparabili, continuiamo a immettere nell’atmosfera un’insostenibile quantità di carbonio e la concentrazione di CO2 ha raggiunto livelli mai visti. l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) ha certificato la drammaticità della situazione affermando che, la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto il valore record di 403,3 ppm (particelle per millimetro) nel 2016, il 145% in più dei valori pre-industriali, accelerando in maniera esponenziale gli effetti dei cambiamenti climatici. I principali alleati nella lotta ai mutamenti del clima sono gli alberi, per noi fonte di vita, grazie al processo della fotosintesi infatti, riducono la quantità di CO2 presente nell’atmosfera. Una nuova indagine dimostra però che, proprio a causa dell’elevata quantità di CO2 nell’atmosfera, la capacità delle piante di assorbire carbonio sta diminuendo.

Il fitto strato superiore di una foresta tropicale è fondamentale per ridurre le emissioni inquinanti. L’attuale patrimonio arboreo del pianeta, secondo uno studio del 2017, avrebbe la capacità di ridurre l’emissione di sette miliardi di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030.

L’Atmosfera è più inquinata e le foglie sono più spesse.
La ricerca “Leaf trait acclimation amplifies simulated climate warming in response to elevated carbon dioxide” (L’acclimatazione dei tratti fogliari amplifica il riscaldamento climatico simulato in risposta all’aumento del diossido di carbonio) diretto da Marlies Kovenock e Abigail Swann, biologhe dell’università di Washington, ha scoperto che in contemporanea con l’aumento dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera, la maggior parte delle piante addensa le proprie foglie rendendole più spesse.

Questa risposta fisiologica delle piante si può definire una brutta notizia,
perchè provoca l’inspessimento delle foglie creando un effetto devastante sull’intero pianeta. Tutto ciò Limiterebbe la capacità degli alberi di assorbire CO2, inasprendo dunque gli effetti dei cambiamenti climatici, un aspetto che non è stato mai preso in considerazione fino ad oggi nella compilazione dei modelli relativi ai futuri scenari climatici.

Le attività umane stanno aumentando esponenzialmente i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera e la risposta è un aumento delle piante con foglie più spesse.
Ha spiegato Abigail Swann: “Le piante sono flessibili e rispondono alle diverse condizioni ambientali, ma finora, nessuno aveva provato a quantificare come questo tipo di risposta ai cambiamenti climatici avrebbe potuto alterare l’impatto che le piante possono avere sul nostro pianeta”. Secondo le varie simulazioni effettuate dalle stesse autrici dello studio, poi pubblicato sulla rivista Global Biogeochemical Cycles, oltre a diminuire la capacità di assorbimento delle piante, le temperature globali potrebbero aumentare da 0,3 a 1,4 gradi Celsius oltre a quanto già previsto dai climatologi.

In base a queste nuove scoperte non si potrà più ignorare il comportamento delle piante se vogliamo comprendere il futuro del clima. L’autrice principale dello studio, Marlies Kovenock, ha affermato: “Riteniamo che i modelli climatici globali dovrebbero tenere conto della fisiologia e del comportamento delle piante quando si cerca di prevedere a cosa il clima somiglierà dopo questo secolo”.

Le foglie diventano più spesse, ma non sappiamo perché…
Risultano ancora ignote oggettivamente le ragioni per cui le piante sviluppino foglie più spesse quando i livelli di anidride carbonica aumentano nell’atmosfera. Le ricercatrici hanno però ampiamente documentato questo fenomeno che associa numerose specie vegetali, come le piante legnose, le colture come grano, riso e patate e altre piante che fissano il carbonio sotto forma di fotosintesi, che rappresentano circa il 95 per cento delle attività fotosintetiche sul pianeta.

La foresta della Costa Rica è avvolta dalla nebbia…
Sempre secondo la ricerca, gli effetti di questa reazione delle piante all’aumento di CO2 sarebbero più gravi in specifiche aree. Parti dell’Eurasia e del bacino amazzonico, ad esempio, hanno mostrato un aumento più elevato della temperatura e l’inspessimento delle foglie potrebbe ostacolare il raffreddamento delle piante o la formazione di nubi.

 

Le piante influenzano il clima e svolgono un ruolo cruciale negli ecosistemi che occupano, plasmandoli letteralmente. Senza di loro, infatti, l’atmosfera terrestre non conterrebbe l’ossigeno che respiriamo, per questo lo studio evidenzia la necessità di cercare di comprendere come i cambiamenti della fisiologia vegetale influenzeranno il clima terrestre. La Swann ha affermato in conclusione: “Ora sappiamo che anche alterazioni apparentemente piccole possono avere un impatto globale sul clima, ma abbiamo bisogno di più dati per capire l’evoluzione delle piante. Le persone non sono gli unici organismi in grado di influenzare il clima”.

Il primo giugno 2017, il presidente americano Donald Trump annunciò l’uscita degli USA dall’Accordo sul clima di Parigi, giustificando tutto ciò dovuto ad una scelta economica. Il Trattato avrebbe comportato per gli Stati Uniti oneri troppo intransigenti. Una tesi che viene ripetuta anche fuori dagli States, da tutti quelli che oggi temono l’abbandono delle fonti fossili a favore delle energie rinnovabili. Secondo la Global Commission on the Economy and Climate, che ha pubblicato uno studio per avvalorare la tesi contraria, definisce queste affermazioni improprie. Combattere il cambiamento climatico, promuovere una crescita più ecologica, rappresenta un’opportunità per l’economia globale e non una sfida.

La Commissione, comprende ex capi di governo, leader aziendali ed economisti; elencando qualche numero si può ritenere che un’audace azione per il clima, potrebbe fornire almeno 26mila miliardi di dollari in benefici cumulativi netti da ora fino al 2030 rispetto al solito scenario business. Investimenti più intelligenti sul fronte di energia pulita, città, cibo e uso del suolo, acqua e industria, potrebbero generare 65 milioni di nuovi posti di lavoro nel 2030, corrispondenti alla forza lavoro di Egitto e Gran Bretagna messi insieme e non solo, un passaggio dai combustibili fossili alle rinnovabili eviterebbe 700.000 morti premature da inquinamento atmosferico.

Invece Trump, osteggia le teorie sui cambiamenti climatici e riscaldamento globale, ritenendoli una bufala.
A fine settembre di quest’anno, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lasciato basiti tutti gli scenziati e gli studiosi di tutto il mondo per le sue dichiarazioni. Ha sostenuto che, agire non solo non servirà a nulla, ma neppure conviene. Per Trump, Il riscaldamento globale ha un destino già segnato per il nostro pianeta e la temperatura aumenterà di circa 3,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Le previsioni sono incluse nella bozza del documento The Safer Affordable Fuel-Efficient (SAFE) Vehicles Rule for Model Year 2021–2026 Passenger Cars and Light Trucks, diffuso dall’Amministrazione nazionale per la sicurezza del traffico stradale proprio alla fine di settembre e queste sembrerebbero scritte ad hoc, proprio per giustificare la decisione del Presidente Trump di congelare gli standard federali di efficienza energetica per auto e veicoli leggeri costruiti dopo il 2020, programmati nell’era Obama. Secondo quanto riportato dal Washington Post, nel documento, si parla dell’urgenza di mettere in atto profondi tagli alle emissioni di carbonio per evitare questo drastico riscaldamento globale, una manovra che: “richiederebbe all’economia e alla flotta di veicoli di allontanarsi dall’uso di combustibili fossili e che al momento non è né tecnologicamente né economicamente fattibile”.

Michael MacCracken ha ritenuto queste affermazioni allucinanti. MacCracken ha lavorato come senior scientist al Programma di ricerca sui cambiamenti globali degli Stati Uniti dal 1993 al 2002, ha commentato: “La cosa sorprendente è che stanno dicendo che le attività umane porteranno a questo aumento di anidride carbonica, disastroso per l’ambiente e la società, e che non faranno nulla al riguardo”.

Le previsioni non sono affatto rosee parlando di riscaldamento globale, è previsto un aumento di quattro gradi Celsius entro la fine del secolo se i Paesi non intraprenderanno azioni significative per frenare la loro produzione di carbonio. Di tutta risposta un Trump fuori controllo, ha promesso di uscire dall’accordo di Parigi. La Casa Bianca non ha risposto alle richieste di commento a riguardo, e negli ultimi mesi ha spinto per smantellare una mezza dozzina di importanti regolamenti volti a ridurre le emissioni di gas serra, una deregolamentazione destinata a far salvare centinaia di milioni di dollari alle aziende.

Se queste proposte dell’amministrazione venissero accettate, ci sarebbe una sorta di lascia passare all’inquinamento: nuova vita alle centrali a carbone, petrolio e gas più inquinanti per l’atmosfera, frigoriferi e unità di condizionamento con maggiori rilasci di gas serra. Il congelamento degli standard federali di efficienza energetica per auto e veicoli, invece, da solo sarebbe responsabile di un’immissione in atmosfera di 8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, una quantità pari alle emissioni annuali di tutti gli Stati Uniti.

In conclusione ad uno studio commissionato da Greenpeace alla società di ricerca Deutsches Zentrum fur Luft und Raumfahrt e.V.”Se l’Europa intende onorare gli impegni presi con gli accordi di Parigi per limitare l’innalzamento delle temperature medie entro il grado e mezzo, la vendita di auto a benzina, a gasolio e delle ibride convenzionali dovrà finire entro il 2028″.

Il Rapporto illustra anche che, il numero delle auto a benzina e gasolio circolanti sulle strade europee, dovrà ridursi dell’80% entro il 2035 e che, a meno di politiche attive e risolutive che accelerino ulteriormente la scomparsa dei veicoli alimentati con combustibili fossili, le auto con motori a combustione interna rimarranno tra le flotte europee fino ai primi anni del 2040.

Lo studio fa riferimento alle auto circolanti nei 28 Stati dell’Unione, più Norvegia e Svizzera.

Andrea Boraschi, responsabile della campagna trasporti di Greenpeace Italia ha affermato: “L’eliminazione graduale, detta: phase out dei motori ‘fossili’, alimentati con i derivati del petrolio, non solo avrà effetti positivi per il clima ma aiuterà significativamente a ridurre la crisi sanitaria che viene dall’inquinamento atmosferico, migliorando la nostra qualità della vita”.

Tutto ciò potra essere effettivo solo se i Governi nazionali e le industrie si faranno carico della sfida della difesa del clima, attuando l’abbandono della tecnologia del motore a combustione interna.

L’associazione ambientalista denuncia il gap nel confronto tra il Parlamento europeo e i Paesi membri dell’Unione, riguardo ai tetti di emissione di gas serra per automobili e veicoli commerciali leggeri; rilevando che i politici europei sono lontani dal senso profondo di questa sfida.

Ogni Stato per onorare gli impegni sul clima dovrà stabilire un calendario phase out e “adottare e implementare una cornice normativa vincolante per decarbonizzare velocemente e radicalmente il settore trasporti”.

La prospettiva di rimpiazzare le auto oggi circolanti con auto elettriche, in un rapporto di uno a uno, sostiene Greenpeace, non è sostenibile in termini ambientali. Dovrà realizzarsi una profonda innovazione tecnologica capace di cambiare drasticamente il mondo dell’auto e in più dovrà ridursi sensibilmente il numero di auto a combustione.

In conclusione afferma Andrea Boraschi: “Se le case automobilistiche vogliono conservare le loro quote di mercato, dovranno spostarsi velocemente verso nuovi modelli di business, investendo sull’auto elettrica e verso servizi di mobilità condivisa” aggiungendo, “Questo richiederà nuove norme e nuovi investimenti per sviluppare veicoli elettrici economici, più piccoli e con consumi di energia ridotti”.