CASO CUCCHI, QUANTI SI DEVONO VERGOGNARE?

DI VINCENZO PALIOTTI

La questione “Cucchi” apre un nuovo scenario, che poi tanto nuovo non è, mettendo in luce quella parte infedele dello stato, per parafrasare il grande Paolo Borsellino che usava questo termine per definire quella parte di stato collusa con le mafie anche senza farne parte, sperando possa far capire a chi di dovere che indossare una divisa, ricoprire una carica pubblica, non significa essere al di sopra della legge stessa, non significa soprattutto impunità verso chi abusa del proprio titolo fino a violare anche la civiltà, l’umanità. Oggi finalmente con la testimonianza di uno dei carabinieri imputati nel processo in atto per far luce sulla morte di Stefano Cucchi, si è aperta una crepa nella secolare “omertà per ragioni di stato”. E’ un fatto importante perché finalmente la parte sana dell’istituzione preposta alla tutela dell’ordine pubblico ed alla sicurezza dei cittadini, ha avuto il coraggio di ribellarsi per far prevalere e vincere la verità. Questa è anche la risposta a tutte quelle voci che si erano alzate indignate contro la famiglia di Cucchi perché chiedendo giustizia infangavano il “buon nome” delle forze dell’ordine, colpendo così ancora una volta le vittime in luogo dei carnefici, quelle stesse voci che avevano “sbrigato” il caso Cucchi con la solita, becera considerazione: “in fondo si trattava di un drogato”, come se chi cade in questa piaga sociale debba rinunciare ai diritti civili, oltre che a quelli umani. E non è un invito al Viminale che può cancellare tutto l’odio, tutto il disprezzo, la vergogna che si sono rovesciati sulla famiglia del giovane che chiedeva solo la verità su quanto accaduto, quella verità che doveva essere invece richiesta, cercata e trovata nell’interesse e nella onorabilità delle forze dell’ordine proprio dalle forze dell’ordine e del ministero degli interni. Un’istituzione democratica perché si ritenga tale deve saper denunciare chi sbaglia all’interno del suo istituto nell’interesse e per la credibilità dell’istituto stesso, nel rispetto della democrazia e delle sue leggi. Peggio ancora quando questo compito viene interpretato e ridotto ad una sola funzione: repressione, parola che confonde il concetto di stato di diritto con quello di stato di polizia che non ha nulla di democratico