DAL PAKISTAN A TOP CHEF: LA SFIDA DI FATIMA COL TEMPO

DI CLAUDIA PEPE

C’era una volta una ragazza di 18 anni arrivata dal Pakistan. Aveva un sogno nel cuore. Essere un top chef. E per questo con tutta la sua caparbietà e determinazione si era iscritta al Culinary Institute of America e ha scalato le classifiche nella scena dei ristoranti di New York. La vita improvvisamente le riempiva gli occhi. I suoi sogni, i suoi desideri, la sua fantasia e la sua creatività, erano lì ad un passo da lei. Non è da tutti essere bravi cuochi. Ci vuole cuore, ci vogliono sacrifici. La tua vita la passi prima a pelar patate e poi a subire tante umiliazioni. Dopo momenti di sconforto, dopo che tante volte torni a casa con le lacrime agli occhi, accade il miracolo. Incominciano a notarti, a darti fiducia, a metterti una mano sulla spalla, e senti un sommesso complimento. Fatima Alì, così si chiama la ragazza che in poco tempo ha scalato quella scala in cui ogni gradino rappresentava un suo desiderio. Un dolore necessario per aprire quei pugni sempre stretti di rabbia. Fatima è coraggiosa e così quella ragazza dai capelli neri e gli occhi bruni come quelle bellezze antiche, si è iscritta a Top Chef America. Un concorso importante che le avrebbe schiuso le porte della vita. Una vita mai vissuta, ma solo sperata nelle sue lunghe serate sognando l’odore della sua terra, il profumo delle sue radici. Aveva un suo sogno Fatima: aprire un ristorante tutto suo, ma il destino, tante volte, sconvolge ogni ipotesi, ogni miraggio, ogni chimera. Il sarcoma di Ewing. Il sarcoma di Ewing è una rara forma di neoplasia e di sarcoma che può interessare il tessuto osseo e in casi più rari le parti molli. È per molti la morte, e lo è per Fatima che lo vede riapparire dopo aver creduto di averlo sconfitto anni prima. Sono così questi stronzi tumori: ti vengono, ti fanno credere che se ne sono andati, e poi tornano con le ali di un drago. E Fatima si sfoga in una lettera apparsa sul sito Bon Appetit. Una lettera bella e straziante, un inno alla vita e un salmo alla morte
L’assassino che sta sbranando il suo corpo è ritornato per portarsela via, per dilaniarla, per farle chiudere gli occhi, togliendole ogni probabilità di vedere un futuro, il suo ristorante, magari l’amore, magari la vita. Le resta un anno di vita e dice che non ha tempo da perdere. Perché non c’è nessuna cura che la potrà salvare, nessuna chemio, nessuna operazione, nessuna via d’uscita. Un anno di vita per una ragazza che ora ha 29 anni e porta ancora il profumo della parte del Kashmir in cui troneggia il sontuoso K2, e l’aria delle pendici dell’Himalaya. Fatima non vedeva l’ora di diventare 30enne per vivere quello che tutte le donne vorrebbero avere. Un amore, dei figli, uscire la sera, ballare con il vento nei capelli, guardare la luna con una bottiglia di birra in mano. Ma nulla, per certe persone la felicità è scandita dai passi della morte. Una morte che anche se non la senti, sai che è vicino a te, ai tuoi capelli, alla tua pelle, alla tua anima. Proprio nel momento in cui pensi di avere nelle tue mani sporche di lavoro, la tua esistenza in pugno, scopri che nei tuoi pugni c’è solo la vita che ti è rimasta. Pugni stretti che cercano di vivere tutti gli attimi che questa esistenza può farti vivere. Come noi donne con il cancro, apprezziamo quello che prima ci sembrava normale routine. E invece, e questo lo dico a tutti, bisogna cercare di alzare gli occhi, la testa, guardare la meraviglia di questo mondo. I sorrisi, le parole, le cose relegate in cassetti chiusi dalla noia, la gioia di svegliarsi nel proprio letto, l’allegria di scoprire una farfalla che vola intorno a te, la gaiezza di una notte di tempesta e un cielo colorato dall’arcobaleno. La letizia del dare, di un abbraccio, di una risata. Cantare al cielo le tue lacrime e le tue ultime note accordate in un pentagramma dipinto per te. “Voglio prenotare nei migliori ristoranti del mondo, voglio stare con le persone che amo e dare loro tutto il tempo che prima, egoisticamente, non ho mai dato” (Fonte Huffingston Post.it)

Cara Fatima hai ragione, vivi quello che ti rimane ascoltando il canto del K2, il sapore delle distese immense dell’Himalaya, e se ti rimane tempo leggi questa poesia di Fernando Pessoa.

“La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio”

Buona vita, amica mia.