GOVERNO SENZA PACE (FISCALE): LA DURA MARCIA DEL DEF

DI ALBERTO EVANGELISTI

La giornata ha portato una buona, seppur scontata, notizia per il Governo dal lato del Def: Senato e Camera approvano la risoluzione di maggioranza M5s-Lega alla Nota di aggiornamento al Def con cui si impegna, tra l’altro, il governo all’introduzione della quota 100, ad avviare il reddito di cittadinanza e la flat tax e alla riduzione del cuneo fiscale per favorire le assunzioni stabili dei giovani meritevoli. Visti i numeri non si attendevano sorprese dalle aule parlamentari e così è stato.

Nonostante ciò, anche oggi è stata una giornata travagliata per il percorso di avvicinamento alla manovra finanziaria e per il Governo, tenuto sotto pressione su almeno tre fronti distinti.

Il primo è quello interno legato alla ricerca delle coperture ancora latitanti: in sostanza quella che emerge è una manovra che, fra maggiori uscite e minori entrate fiscali, ha un costo di circa 40 miliardi. Di questi, 20 verranno coperti dall’aumento di deficit (quel famoso 2,4% festeggiato sul balcone dai ministri pentastelati). A rigor di matematica mancano quindi ancora 20 miliardi da individuare su cui, ad oggi, ben poco è emerso da parte del Governo su come e dove si intenda reperirli.

Si perché, mentre in periodo di campagna elettorale parevano già essere state individuate tutte le coperture, almeno a sentire i protagonisti, oggi si è improvvistamente scoperto che il taglio dei vitalizzi non sarebbe stato sufficiente ad esaudire i desideri programmatici di maggioranza, dovendo tornare all’idea dei “classici” tagli alla spesa.

Non è stato risolutivo al reperimento dei fondi necessari nemmeno il vertice di maggioranza di ieri, all’esito del quale Di Maio ha annunciato tagli alle “spese militari inutili e all’editoria”. Per il solo comparto Difesa in particolare si parla di una riduzione che va dai 500 milioni al miliardo, numeri che, se confermati, toglieranno il sonno a diverse persone a Via XX Settembre.

Altra fonte a cui il Governo dovrà mettere mano per reperire i fondi è certamente la mole di detrazioni fiscali esistenti. Erano emerse infatti anticipazioni su un possibile taglio a detrazioni per mutui, spese universitarie e spese sanitarie. Si sa però che agire sulle detrazioni non è mai facile e, certamente, mai politicamente conveniente. Peraltro, la via dei tagli alle detrazioni fiscali è anche meno semplice e meno redditizia di quanto si possa ritenere: gli studi fatti negli anni scorsi prevedevano tagli comportanti maggiori entrate che vanno da 1,5 a 2,5 miliardi, a seconda della incisività (e parallelamente del “coraggio politico nel farli”) degli stessi.

C’è poi il secondo fronte, quello esterno relativo ai giudizi che l’azione di governo sta suscitando, in Italia e all’estero.

Dopo la bocciatura arrivata dall’Ufficio di bilancio, dalla Corte dei Conti, dalla Banca d’Italia; dopo la lettera proveniente da Bruxelles e le tensioni con l’Europa, arrivano oggi altre bocciature pesanti.

La prima è del Presidente INPS Boerei, secondo cui la sola “quota 100” comporterà una spesa immediata di almeno 8 miliardi e un aumento di debito pubblico di 100 miliardi che peserà sulle generazioni future. La risposta per il governo arriva da Salvini che, nel replicare a Boeri, lo invita a dimettersi e presentarsi alle elezioni con un programma che mandi gli italiani in pensione a 80 anni.

Anche dal Fondo Monetario Internazionale viene lanciato un monito per bocca del proprio direttore Cristine Lagarde: “La nostra posizione sull’Italia è abbastanza ben conosciuta: di sicuro sosteniamo il consolidamento fiscale che deve essere d’aiuto alla crescita, a sostegno della crescita del paese. e di sicuro consideriamo che i membri dell’UE rispettino le regole alle quali si sono impegnati”.

Il terzo fronte rimane quello forse più preoccupante, ossia quello dei mercati: anche oggi è stata una giornata tesa, sia per Piazza Affari con il MIB in chiusura a -1,84%, che dal lato spread, risalito sopra i 300 punti base e attestato a quota 305, dopo aver toccato quota 310.