BORSE EUROPEE IN ROSSO E SPREAD SUPERA 300

DI MARINA  POMANTE

Chiusura in forte ribasso per le Borse europee a seguito del sell off (svendita) che ha colpito prima Wall Street e poi l’Asia e con i future sugli indici americani che anticipano un’altra seduta negativa. Ieri il Dow Jones e S&P’s hanno registrato da febbraio scorso, la seduta peggiore. Dalla Brexit il Nasdaq ha registrato la flessione più pesante (-4%). Da notare l’indice di volatilità Vix a Wall Street salito ai massimi da aprile. Tutto è partito dagli Usa, secondo gli analisti di Mps Capital Services, il calo sembra essere stato provocato dai timori legati all’aumento delle tensioni Usa-Cina, a causa delle prospettive probabilmente più realistiche e meno favorevoli della revisione al ribasso delle stime di crescita mondiale da parte del Fmi (con probabili ripercussioni sugli utili) in un contesto di tassi Treasury elevati. Trump in merito alla debolezza delle Borse, con palese agitazione, ha accusato la Fed (in un’intervista telefonica) di essere la causa delle vendite sul Mercato azionario, il presidente l’ha definita “pazza”.

Dopo l’allarme default Fitch declassata a CCC+ Carige che crolla in Borsa. L’agenzia di rating vede la possibilità del fallimento come possibilistico. Le azioni sono entrate in contrattazione e sono state fermate più volte, arrivando a perdere oltre il 10%. In Europa le vendite sviluppate ad ampio raggio, portando i listini sui minimi da 20 mesi, con i titoli delle auto e dell’energia tra i peggiori. Da notare il balzo di Ingenico, la Società francese che si occupa di progettazione e sviluppo di terminali e soluzioni di pagamento elettronico, volato alla Borsa di Parigi dopo che Natixis, banca d’affari del gruppo Bpce, ha sancito l’ipotesi di una “fusione industriale” delle sue attività di pagamento con quelle del gruppo. A Piazza Affari le vendite sono generalizzate: Ferrari, tra i peggiori, in discesa anche Fca ed Exor. Male anche Tenaris e Saipem, che accusano i due giorni del calo del prezzo del petrolio. Titoli in ribasso anche per il settore moda, Salvatore Ferragamo e Moncler, vanno sotto di oltre tre punti percentuali. Tengono i titoli delle banche del listino principale: Ubi Banca in positivo che tenta il recupero e Banco Bpme Bper Banca Pop che chiudono in pareggio. Critica la situazione per Monte Paschi, cede oltre 2 punti e mezzo dopo lo stop in asta con un meno 5,5%. Perdite contenute solo le utilities. E Telecom Italia rimbalza in Borsa dopo aver toccato i minimi la scorsa settimana, dall’estate 2013.

Lo Spread si attesta a 310 punti, tassi BTp in asta al massimo, dal 2013.
Massima attenzione sui conti pubblici nel nostro Paese. Oggi in arrivo al Parlamento la nota di aggiornamento del Def, dopo che ieri sera Fitch ha evidenziato che gli obiettivi di deficit presentano “rischi consistenti”. Intanto lo spread BTp/Bund è salito a 310 punti. In un clima di risk-off, si rimaterializzano gli acquisti sui Bund tedeschi, con i rendimenti in forte calo. In aumento invece i rendimenti del decennale italiano. Intanto, il Tesoro ha assegnato tutti i 6,5 mld di titoli in asta, con rendimenti in forte rialzo sui massimi da 5 anni. Nelle aste di oggi il Tesoro ha emesso la prima tranche del BTp a 3 anni scadenza 15/10/2021 per 3 miliardi a fronte di una richiesta pari a 4,418 miliardi. Il rendimento è schizzato di ben 131 centesimi al 2,51%, ai massimi da settembre 2013. Piazzata anche la terza tranche del BTp a 7 anni scadenza 15/11/2025: a fronte di richieste per 2,843 miliardi l’importo emesso è stato pari a 1,5 miliardi. Il rendimento, in rialzo di 74 centesimi, si è attestato al 3,28%. Per trovare un valore più alto bisogna risalire all’emissione inaugurale del BTp a 7 anni nell’ottobre 2013. Collocata anche la 14ma tranche del BTp a 15 anni scadenza 01/09/2033. A fronte di una domanda pari a 1,330 miliardi l’emissione è stata di 941,7 milioni con un rendimento del 3,66%. Emessa infine al 28ma tranche del BTp a 30 anni scadenza 01/02/2037: a fronte di richieste per 1,06 miliardi l’importo emesso è stato di 558,3 milioni con rendimento del 3,79%.

BTp: in un mese raddoppia il costo degli interessi per il Tesoro sui triennali,
dollaro e petrolio in netto calo.
L’onda lunga del ribasso si sente sul forex, con il deprezzamento del dollaro e l’apprezzamento dello yen. L’euro/dollaro così è tornato sopra 1,15. Tuttavia, sottolineano gli analisti di Mps Capital Services, “la volatilità sul forex è rimasta piuttosto contenuta relativamente ai fortissimi movimenti che hanno interessato gli asset rischiosi”. Impatto negativo anche sul petrolio, che in questo 2018 ha mediamente mostrato una buona correlazione con l’equity Usa. In netto calo sia il Brent che il Wti, che risentono anche del forte aumento delle scorte Usa.

L’aumento dello spread, fa paura ai risparmiatori, alle famiglie, a tutti gli italiani. Ci si chiede quali siano le conseguenze di uno spread in crescita
e ci si interroga su quali potrebbero essere le conseguenze nel caso dovesse toccare vette più alte.

Per il vicepremier Matteo Salvini lo spread non è tra i problemi urgenti considerati dal Governo, e non lo sarà, aggiungendo: “nemmeno se arrivasse a 400”. Convinto delle sue affermazioni ribadisce che non ci arriverà, e il Governo va avanti senza porsi il problema perché non esiste. Poi ieri mattina ad Agorà ha detto “Siamo stati abituati a Governi che andavano a Bruxelles con il cappello in mano ora ci sono tutti questi geni che parlano”. E ha proseguito dicendo che non bisogna farsi prendere dal panico che non esiste. Poi quasi come un mantra, ecco riaffacciarsi la teoria del complotto,”Dietro lo spread c’è qualcuno che in multinazionali e istituti finanziari importanti decide con un click compro o vendo. Ci sono pochi grandi personaggi che sperano che l’Italia salti. L’Italia non salta, il Governo va avanti. Se qualcuno continua a speculare sull’Italia, sbaglia a farlo. La manovra non cambia perchè lo spread o Bankitalia dicono che non devo toccare la Fornero, io vado diritto. Non torniamo indietro”.

Che cos’è lo spread
E’ il differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato italiani (BTp) e quelli tedeschi, il Bund (a 10 anni). Attualmente il rendimento del BTp italiano è in forte crescita, segno che sta diminuendo la domanda, visto che gli investitori pensano che il nostro mercato sia un’incognita. In parallelo c’è una decrescita del rendimento del Bund tedesco, poiché chi acquista preferisce cercare rifugio in asset più sicuri, quali appunto i titoli di Stato di Berlino. Per gli investitori, il fatto che lo spread sia in crescita può rappresentare una buona notizia. Alla scadenza dei BTp, beneficeranno di un maggiore ritorno economico.

Per chi ha un mutuo cosa cambia?
Con l’aumentare dello spread il nostro Paese è costretto ad offrire tassi di interessi più alti per ricevere dei prestiti, crescerà di conseguenza il costo del prestito ricevuto che peserà sul debito pubblico.
Quindi, se aumenta lo spread, aumenta il debito pubblico.
L’eccesso di debito provoca instabilità finanziaria che ricade sui bilanci delle famiglie, delle banche e delle aziende, in altre parole, grava su tutti i soggetti che ricorrono ad un finanziamento.

Il default è un’ipotesi al momento molto remota. Se tuttavia si verificasse significherebbe un impoverimento del ceto medio e le famiglie si troverebbero ad acquistare solo beni essenziali, provocando a breve, una forte recessione.
Sono le banche quindi, le più preoccupate della salita dello spread, poichè investendo molto sui titoli di Stato, rischiano minori guadagni in caso di discesa del prezzo di BTp.

L’aumento dello spread implica molti altri effetti su Finanza ed economia italiana. Il risultato ad esempio con uno spread a 300, è che ora il BTp a 10 anni rende il 3,11% contro lo 0,28% del Bund

L’impennata dei tassi di interesse sui titoli di Stato non rende vantaggioso vendere Bot e BTp prima della scadenza fissata. Per fare un esempio, se un risparmiatore la scorsa settimana avesse investito 100mila euro nel BTp con scadenza 2027, vendendolo in questo momento ricaverebbe solo 93mila euro.

Con lo spread a livelli alti si ha anche un effetto che va ad incidere direttamente sulle coperture assicurative degli investitori. Circa una settimana fa, per garantirsi contro il default dell’Italia, si dovevano pagare 76 euro per assicurare 10mila euro investiti in BTp, ora ne servono 175.
Per i titoli tedeschi francesi e inglesi, la copertura assicurativa varia tra gli 11 3 i 20 euro.
Ai Cds (Credit default swap), non fanno ricorso i piccoli risparmiatori ma i grandi investitori istituzionali, come ad esempio i fondi pensione, che devono garantire l’erogazione delle pensioni.

Il perdurare di uno spread alto riflette sull’economia reale. Le aziende che per raccogliere finanziamenti emettono obbligazioni si troveranno costrette a riconoscere premi più elevati ai sottoscrittori ma col conseguente aumento dei costi. Inoltre lo spread elevato, come visto, rende i prestiti alle imprese più costosi.

L’innalzamento del valore dello spread è ovviamente ininfluente per prestiti e mutui a tasso fisso, tuttavia anche per i tassi variabili non ci saranno ripercussioni nell’immediato, perchè questa tipologia di prestiti viene calcolata sulla base del tasso interbancario Euribor (fermo da 2 anni) e da una maggiorazione decisa dalla banca. E’ solo la componente Euribor che può variare in questo tipo di mutuo o prestito, lo spread stabilito dalla banca resta invece fisso. Oggi le banche applicano una maggiorazione di 1,60% sull’Euribor arrivando anche fino al 3% e livelli minimi dello 0,70%. La crisi italiana fino adesso non è stata influenzata dall’Euribor, ma se dovesse scattare un “effetto contagio” verso altri Paesi euro, quel tasso di riferimento uscirà dallo status quo (nel 2011 aveva superato il 5%, oggi quello a sei mesi è intorno allo zero).

Per i nuovi mutui, le cose cambiano: la banca che compra il denaro ad un prezzo in base al tasso di scambio interbancario, lo rivende al cliente ricaricato di un margine di guadagno (spread). Con l’aumentare del costo del denaro acquistato dalla banca, aumenterà anche il margine chiesto dal cliente.
Le banche italiane detengono circa 300 miliardi di euro in titoli di Stato. Una decrescita del valore inciderebbe sul profitto patrimoniale e sui bilanci e le banche applicherebbero politiche più rigide nell’erogazione di prestiti e mutui verso i quali chiederebbero comunque interessi più alti.