IN MOSTRA A ROMA LA DOLCE VITA DEL PAPARAZZO RINO BARILLARI

DI CHIARA BERNARDINI

Rino Barillari è pronto per festeggiare insieme a noi sessant’anni di carriera dandoci l’onore di entrare nel suo mondo, di vederlo coi suoi occhi e dal suo punto di vista, più precisamente dietro il suo obiettivo. Il re dei paparazzi, colui che attraverso i suoi scatti ha raccontato la storia italiana, genuina e senza filtri passando per i gloriosi anni cinquanta e sessanta della Capitale nel boom economico, racchiudendo nelle sue fotografie i volti dei personaggi elitari all’interno dei bar di Via Veneto, toccando coraggiosamente anche argomenti come la mafia e la cronaca nera, apre i suoi archivi per condividerli al MAXXI di Roma, dal 12 al 28 ottobre.
La magia de La Dolce Vita, quindi, è pronta per essere rivissuta e permettere a chi l’ha amata con tutti i cinque sensi di ritrovare le emozioni di un mondo ormai perduto e a chi è nato in seguito di intraprendere un viaggio alla “Midnight in Paris“, con la differenza che non si dovrà né portare il nome di Owen Wilson, né aspettare la mezzanotte parigina per poter “conoscere” chi, come noi oggi, percorreva le strade e riempiva i locali di un’Italia ormai molto lontana.
Quando la tecnologia doveva ancora prendere il sopravvento, quando tra le strade si respirava aria di serenità, quella percezione di libertà che solo la fine di un periodo lastricato d’odio, violenza e guerra può donare, quando la sensazione di poter possedere il mondo intero era reale e prendeva il nome di boom economico, le notizie godevano ancora del carattere di esclusività offrendo a chi era riuscito a scovarle una sensazione quasi di onnipotenza, c’era un mestiere dotato di un tocco di magia, che solo chi era in grado di cogliere riusciva poi a intraprendere, quello del paparazzo.
La fotografia serviva per raccontare, per fermare il tempo nell’attimo esatto in cui un’emozione era stata vissuta. La scelta dell’oggetto era di fondamentale importanza, l’attimo da immortalare ancora di più. Non si poteva fotografare qualsiasi cosa, sarebbe stato come rovinare una forma d’arte e per Barillari la quotidianità era una delle cose che maggiormente aveva il diritto di possedere carattere di eterno.
Il re dei paparazzi, nato a Limbadi l’8 febbraio del 1945, scopre l’arte della fotografia fin da bambino e la trasforma in un mestiere all’età di quattordici anni quando dopo essere scappato di casa e recatosi a Roma compra con i primi guadagni la sua prima macchina fotografica e comincia a vendere i negativi del giorno alle agenzie giornalistiche, quali l’Associated Press, l’UPI e l’ANSA. Inizia così a raccontare la storia dell’Italia, quella “dietro le quinte”.
All’interno della mostra che porta il nome di “Rino Barillari, The king of paparazzi” avremo la possibilità di “incontrare” personaggi come Frank Sinatra all’interno del Cafè de Paris, in un’esclusiva Via Veneto romana di quegli anni, l’attrice francese Irina Demick seduta in un bar in compagnia di un ghepardo, una giovane Nicole Kidman al Cafè della Pace, Carlo Verdone al fianco di Alberto Sordi, Liz Taylor insieme a Richard Burton e molto altro. Non solo scatti rubati però, ci sarà l’opportunità infatti di rivivere inoltre pezzi di storia che hanno segnato il nostro millennio, come gli attentati terroristici all’aeroporto di Fiumicino nel 1973 e in Piazza Nicosia nel 1979, la calca di gente recatasi in Via Fani appena dopo il sequestro di Aldo Moro, Totò Riina che da dietro le sbarre del carcere saluta la macchina fotografica che lo inquadra, Papa Giovanni II insieme al presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro a seguito dell’attentato alla chiesa di San Giorgio al Velabro nel 1993. Sì perché Barillari ha documentato tutti gli aspetti della vita, tutti i cambiamenti e le metamorfosi che pian piano si sono susseguite. “Solo più tardi ho capito che stavo ‘fissando’ la storia del paese” dichiara lui stesso, facendo comprendere come la bellezza del suo mestiere fosse racchiusa nella soddisfazione di raggiungere un luogo e riuscire a rendere unico, prima che lo facesse qualcun altro, un particolare momento.
Nel corso della sua carriera non sono mancati momenti difficili. Il re dei paparazzi infatti conta ben 163 visite al pronto soccorso, 11 costole rotte, una coltellata, più di settanta macchine fotografiche distrutte e svariate manganellate ricevute nel corso dei tumulti di piazza, tutte collezionate per racchiudere l’attimo in uno scatto prezioso. Lo racconta fieramente in un film dal titolo “The king of paparazzi – La vera storia”, dalla regia di Giancarlo Scanchilli e Massimo Spano e prodotto da Istituto Luce di Cinecittà e da Michelangelo film che sarà presentato la sera del 27 ottobre alla Festa del Cinema di Roma ospitata dalla capitale in questi giorni. “Pizza, Ferrari, Paparazzo!” pronuncia Barillari come prima frase all’interno del trailer, nel quale racconta di come Fellini abbia dato vita a tale mestiere, tanto complesso quanto affascinante e alquanto pericoloso, ogni giorno totalmente diverso dal precedente, del tutto imprevedibile. Continua raccontando cosa significasse per lui la Via Veneto del tempo, la quale per chi possedeva la sua stessa passione era un po’ come un teatro in cui le persone, felici e di classe, occupavano il ruolo di attori, gli altri in veste di pubblico passeggiavano sempre pronti a scovare qualcosa di interessante per essere raccontato.
All’interno del film viene ripercorsa la sua storia, i momenti più importanti della sua carriera, il significato della stessa fotografia, gli scatti rubati e qualche rimpianto per non essere riuscito a racchiudere particolari momenti. Nella pellicola c’è tutta l’essenza di Rino Barillari.
La fotografia allora era un racconto, era cronaca, era magia. Uno scatto era così importante da far rischiare letteralmente la vita per ottenerlo. Oggi, in un mondo cui sono tutti ormai fotoreporter quella magia è andata totalmente perduta.
Una storia d’amore racchiusa in uno scatto era per sempre, anche oggi è vero, ma a suo tempo vi era il tocco speciale del “buona la prima”. Nel rullino vi era quel determinato numero di foto e non potevi sgarrare, né tanto meno controllare la perfezione della stessa per eventualmente rifarne altre dieci. Probabilmente su venti foto, di perfetta non ce n’era nessuna, anche se in fondo lo erano tutte quante, ognuno a modo suo.
Ne bastava una, guardata solo da te. Non ne servivano mille condivise con altre milioni di persone. La casa piena di album donava una strana sensazione di tranquillità e di famiglia.
La tecnologia degli ultimi anni possiamo azzardare abbia migliorato moltissimo la definizione della fotografia e la rapidità con la quale può essere condivisa con altri, ma la ricerca del click perfetto ha messo in panchina l’unicità dello scatto, che donava allo stesso un significato diverso.