L’ULTIMO EDITORIALE

DI NEDO BRONZI

Negli ultimi giorni era stata come una necessità interiore e accadde anche quella notte. Rilessi la prima pagina del giornale con il mio editoriale di fuoco contro il governo. Mi piaceva, ne ero quasi orgoglioso, descriveva tutto con attenzione. Numeri,fonti, risultati dell’inchiesta, tutto confutava con la certezza di prove l’ipocrisia di chi governava il Potere. Insomma un pezzo che avrebbe scosso le coscienze e alzato sicuramente un polverone politico. L’ultimo editoriale; un articolo che nessuno avrebbe mai letto. Lo lessi vicino alla finestra dalla quale filtrava la luce arancione del lampione della strada; nelle stanze del giornale la corrente non c’era più. Il foglio era piegato in più parti, sgualcito, d’altra parte era il solo che ero riuscito a salvare. Istintivamente mi passai la mano sopra al ciglio e avvertii i quattro punti che mi avevano dato per suturare la ferita di quella notte.
Già quella notte. Erano entrati in tanti forse una quindicina. “Il popolo sceglie, il popolo decide” avevano gridato spalancando la porta e continuando “ fine della stampa faziosa, fine di chi racconta solo menzogne, non fermerete il cambiamento”. Il primo colpo mi arrivò inatteso, nello stomaco. Stramazzai a terra, senza fiato. Mi ci volle qualche minuto perché la vista offuscata si schiarisse e riuscissi a respirare meglio. Fu allora che vidi la distruzione di tutti i computer, le scrivanie divelte e poi l’aggressione a Mario e Giovanni, i miei colleghi che facevano il turno di notte. Furono staccati metri di cavi elettrici, tagliati tutti i collegamenti telefonici, le porte abbattute con delle mazze che si erano portati dietro i vetri delle finestre frantumati. I fogli furono accatastati in mezzo alla stanza principale. La grande pila prese fuoco facilmente, poi al chiarore danzante delle fiamme iniziarono ad andarsene. L’ultimo si soffermò su di me, mi guardò ridendo della mia posizione a quattrozampe e sogghignando quasi con spregio mi diede un pugno, come un colpo di grazia. Sentii il calore liquido del sangue colarmi sull’occhio, poi non vidi più niente. Non so quanto rimasi svenuto. Più tardi, delle voci che mi sembrava giungessero da chilometri di distanza , riuscirono a svegliarmi. Lentamente ripresi i sensi e mi alzai sorretto da Mario. Aveva un occhio nero, la camicia a brandelli e dalle labbra rotte perdeva sangue. Giovanni anche lui malmesso, era riuscito a spengere il fuoco con un estintore, tutt’intorno era un ammasso di mobili rotti, pezzi di computer distrutti, vetri e fili cadenti.
Un sirena giù in strada mi destò da quei pensieri. Era un mezzo dell’esercito, ne passavano spesso, ormai da diverse settimane.
Mi diressi verso la porta d’uscita, interamente divelta, e presi le scale che univano i quattro piani dell’austero palazzo sede del giornale. Le scesi lentamente e mi soffermai nell’atrio d’ingresso. Non avevo notato che anche la targa del giornale era stata attaccata. Imbrattata di vernice nera e spezzata a metà da una mazzata. Se però si faceva un po’ di attenzione ancora si leggevano le lettere della testata “Lo Stato Libero”. Provai un moto di commozione e uscii all’aperto. L’aria fredda della notte mi scosse dai ricordi. Tirai su il bavero del cappotto e mi incamminai piano verso la stazione. Volevo ancora godermi la bellezza della mia città, ancora per l’ultima volta per qualche ora, in fondo il foglio di via diceva che avrei dovuto lasciarla entro le cinque del mattino.