YARA. CASSAZIONE CONFERMA ERGASTOLO A BOSSETTI

DI PAOLO VARESE

Dal 2010 al 2018, un arco temporale molto lungo per arrivare alla definizione di un caso che ha scosso l’Italia. Era infatti il 26 novembre del 2010 quando Yara Gambirasio, una tredicenne di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, non tornò a casa dopo un allenamento in palestra. Scomparsa, svanita nel nulla, e le ricerche, iniziate immediatamente, non riuscirono a dare alcun conforto ai genitori, alla famiglia, agli amici. Yara aveva lasciato la palestra dove si allenava e poi più nulla. In questi casi si pensa subito al peggio sperando per il meglio, confidando in un colpo di testa, in una fuga sciocca di una adolescente, ma  in direzione della speranza non comparve mai il sole. Si cercava la bambina ed intanto si indagava anche sulle persone, e venne fermato un primo sospettato, un operaio di nazionalità marocchina, Mohammed Fikri, in quanto in una intercettazione telefonica mal tradotta sembrava parlare di Yara. Arresto e poi scarcerazione, con posizione archiviata, ed intanto il tempo passava, finchè il 26 febbraio 2011 un aeromodellista amatoriale ritrovò in un boschetto, a Chignolo d’Isola, un corpicino. Yara era a circa 10 chilometri da casa sua. Il corpo con numerose ferite, causate da colpi di spranga e di coltello. Impossibile anche solo da concepire per una persona normale. Eppure secondo le analisi eseguite in seguito al ritrovamento, Yara non morì per i colpi ricevuti, seppur terribili, ma per il freddo e la debolezza. La volontà di vivere non potè contrastare l’abbandono.  Nello stesso anno, il 16 giugno, venne tratto in arresto un muratore incensurato della zona, Massimo Giuseppe Bossetti. 44 anni, una moglie, 3 figli, una famiglia normale. A mettere gli investigatori sulle sue tracce il DNA rivenuto su Yara. L’esame del profilo genetico di questo DNA aveva portato a Giuseppe Guerinoni, un autista deceduto nel 1999, e da li, tramite rivelazioni, sussurri, voci di paese, si era arrivati alla madre di Bossetti, al suo passato, ed al figlio Massimo. Un insieme di coincidenze, col DNA del sospettato prelevato usando uno stratagemma, eseguendo un test per la posività agli alcolici. Visualizzando le immagini delle videocamere intorno alla palestra si era anche potuto notare il furgoncino di Bossetti stazionare e percorrere quella strada diverse volte, ma poi il colonnello Lago, dei R.I.S., ammise che il filmato era stato creato dalla Procura per indurre Bossetti a confessare. Nel frattempo, con l’accusato in carcere, la difesa iniziò a contestare le conclusioni genetiche, mancando nel DNA alcuni elementi necessari alla prova. Anche la moglie di Bossetti testimoniò in suo favore, dicendo che era a casa con lei quella sera. Dubbi e prove artefatte, verità sconosciute, bugie, fino al processo, nel 2015. Bossetti nel frattempo aveva indicato come possibile sospetto anche un suo collega, risultato in seguito estraneo ai fatti, mentre si moltiplicavano le richieste della difesa per la carenza di prove legate al materiale genetico rinvenuto.  Ma la Corte decide per la colpevolezza dell’accusato, e la Corte d’Assise di Bergamo, il 1° luglio del 2016 condanna il muratore all’ergastolo, riconoscendo anche l’aggravante della crudeltà, revocandogli anche la potestà sui propri figli. La difesa nel frattempo denuncia un processo mediatico in cui Ignoto1, riconosciuto in Bossetti, ha scontato le rivelazioni sull’essere figlio illegittimo, sulle presunte relazioni della moglie, sull’avere una vita piena di scheletri nell’armadio. Ed il 12 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza, mai fine della pena per Bossetti. Ergastolo. Lo sconcerto della difesa fa da contraltare alla soddisfazione della famiglia, da sempre convinta della colpevolezza del muratore. Ancora sono ignote le motivazioni che hanno portato a confermare quanto stabilito in precedenza, dal 2010 al 2018 ben 39 magistrati si sono alternati nella disamina della vicenda, e sono stati chiamati almeno 700 testimoni da entrambe le parti, per un caso che ha diviso l’Italia tra chi credeva all’innocenza di Bossetti e chi invece propendeva per la sua colpevolezza. Forse in futuro usciranno altre prove, altre foto, altra analisi, ma per il momento l’unica certezza è che quel corpicino abbandonato in un bosco, dopo essere stato massacrato, riposa per sempre senza aver avuto possibilità di scelta.