SCENDERE IN PIAZZA. CONTRO IL LIBERISMO

DI FRANCESCO ERSPAMER

Se potessi incontrare gli studenti che sono scesi in piazza convinti di lottare contro il fascismo (non molto numerosi, in realtà, ma a me piace chi scende in piazza invece di mandare tweet o più probabilmente caricare selfie su Instagram), proverei a insinuare in loro il dubbio che la vera intolleranza sia invece quella della società dei consumi, della permissività concessa dall’alto, voluta dall’alto, che è la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata da tolleranza. Perché è revocabile ogni qualvolta il potere ne senta il bisogno. Perché è il vero fascismo da cui viene poi l’antifascismo di maniera: inutile, ipocrita, sostanzialmente gradito al sistema.
Non so se mi lascerebbero parlare: temo che verrei zittito con l’accusa di essere un rossobruno se non addirittura un nazista, come considerano Salvini. Chissà se avrei il tempo di spiegare che quelle parole sull’intolleranza non erano mie bensì di Pasolini, uno scritto “corsaro” del 1974; chissà se hanno idea di chi era Pasolini, se hanno letto quelle sue lucide profezie sulla controrivoluzione liberista che stava appena cominciando e di cui, a suo parere, la contestazione studentesca fece il gioco; chissà se si sono domandati se sia una coincidenza che un anno dopo venisse ammazzato. Chissà se li ha mai insospettiti il fatto che oggi la sinistra si trovi sistematicamente in dissintonia con buona parte degli operai, dei lavoratori e di chi ancora cita e fa riferimento a Pasolini, a Gramsci e Togliatti, a Rodotà e Lucio Gallino; e altrettanto sistematicamente in sintonia con i grandi speculatori finanziari stranieri, con i giornalisti mantenuti dalla pubblicità e gli intellettuali da talk show, con gli euroburocrati al servizio delle lobby, con i politici responsabili del Jobs Act, della Buona scuola, della riforma Fornero, delle privatizzazioni, dell’abolizione dell’articolo 18 e del tentativo di stravolgere la Costituzione.
Se gli studenti mi permettessero di proseguire, penso cha aggiungerei una critica a Pasolini; che pessimisticamente riteneva che la società dei consumi, per lui il nuovo fascismo, avesse trasformato e plagiato i giovani, portandoli a un conformismo a telecomando, a una “irregimentazione” su mode, sentimenti e modi di vivere decisi dal potere. Ci sono studenti così, integralisti per ignoranza e superficialità. Ma sono più ottimista di Pasolini: ci sono molti altri giovani (e ce n’erano allora) che non si fanno e faranno ingannare dal nuovo fascismo in camicia bianca, dal culto del successo, del denaro e dell’omogeneizzazione planetaria, come i loro nonni (o padri) rifiutarono il vecchio fascismo in camicia nera e il suo totalitarismo. Non si tratta insomma di un destino bensì di una scelta, come sempre: decidere se fregarsene o se scendere in piazza, e se farlo contro il liberismo globalista o su suo mandato.