SCUSA MA TI DEVO AMMAZZARE

DI GIOVANNI BOGANI

L’ho letto due o tre volte, e ancora non riesco a capire. O voleva dire delle cose diverse, ma non gli è venuta bene. O è tutta una supercazzola. O parla con invidiabile tranquillità e sufficienza di una cosina come “uccidere”.

Avevo visto le polemiche su questo articolo di Moccia, ma non capivo a che cosa si riferissero. “Sarà il solito titolo a effetto”, pensavo. I giornalisti, si sa, son delle brutte bestie. Invece no, l’articolo era suo, quindi nel testo ci sono parole sue. Tre metri sotto la logica.

Cioè: alla fin fine, in certe tragedie così immense (perché si tratta di tragedie immense), ci sono sempre tante colpe, di entrambi. Non foss’altro quella di non aver visto quale tremendo tsunami emotivo si stesse addensando sulle teste di entrambi. O il non capire quanto tremendo male si possa fare anche con comportamenti “corretti”, composti. C’è sempre una enorme incomprensione, alla base di certe tragedie.

D’accordo. Ma non riesco a capire come si possa dire, con questo tono pacato, quasi “bonario”, che “Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie o la compagna”… Se “decide” una cosa simile, è già morto dentro prima lui, sarà lacerato e morto e straziato per il tempo che gli resta da vivere, e avrà fatto una delle cose che più di tutte devono essere tabù per ogni essere umano. Avrà aggiunto una tonnellata di orrore all’orrore delle nostre vite, del nostro stare al mondo.

Dopo “Scusa ma ti chiamo amore”, “Scusa ma ti voglio sposare”, “Scusa ma ti devo ammazzare”.
Femminicidio, la cultura dell’amore e del rispetto contro la violenza
La Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne è stata ratificata anche dall’Italia. Ma norme, leggi, misure di prevenzione devono sempre camminare di pari passo con la cultura del rispetto e del perdono
di Federico Moccia
Femminicidio, la cultura dell’amore e del rispetto contro la violenza shadow
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Dagli inizi del 2018 ad oggi ci sono moltissime vittime. Persone di ogni età cedono alla violenza, non riescono a controllarsi, non ammettono il fallimento di un rapporto. Gilles Vigneault diceva: «La violenza è una mancanza di vocabolario». Vero, ma la violenza non è solo mancanza di parole, ma anche d’amore. Il triste elenco dei nomi delle vittime aumenta ogni anno e scorre sotto i nostri occhi quasi come un evento ormai scontato. Ognuno di quei nomi e cognomi, ogni volto, ogni storia delle vittime, è un mattone fondamentale del nostro futuro, un monito, una memoria, un invito a che non accada davvero mai più. Chi picchia, non ama. Possiede. Come è accaduto al Tufello, pochi giorni fa. Lui 78 anni, tenta di uccidere lei, di 75. La Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne è stata ratificata anche dall’Italia. Ma norme, leggi, misure di prevenzione devono sempre camminare di pari passo con la cultura dell’amore. Ognuno di noi nel quotidiano può compiere gesti di rispetto, coraggio e bellezza che siano da esempio per i nostri figli, affinché conoscano appieno il senso della parola «amore». E anche di «gelosia». La gelosia è una parete senza finestre che finge di proteggere da pericoli esterni chi è nella stanza, ma in realtà lo soffoca perché impedisce la vita. Se un adolescente o un giovane uomo scelgono vigliaccamente di uccidere o ferire chi dicono di amare.

Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie o la compagna di una vita, perché magari è deluso dal fatto che certe dinamiche di coppia siano cambiate, perché il suo progetto di vita si è interrotto e con esso la complicità che c’era, o perché magari non si è trovato prima il modo e il coraggio di dire che un sentimento era finito da anni, il suo gesto tradisce il valore del tempo e l’obbligo etico che abbiamo tutti di viverlo al meglio e con sincerità, ma la loro colpevolezza è pari. Non hanno saputo vedere le loro mancanze, domandarsi che cosa non è andato, perché quel rapporto è fallito.

Ma se è fallito è fallito da tutte e due le parti. Servirebbe la capacità di accettare un errore, di chiedersi se si ha la voglia di continuare, di saper abbandonare la rabbia, di saper perdonare e soprattutto di dimenticare. Ma tutto questo non viene insegnato. La persona si sente fallita, si sente sola, tradita, allora se la prende con la persona amata e cerca di ferirla ancora di più: se la prende con i figli, con l’amore più grande, che poi dovrebbe essere anche il suo. «Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni» diceva Martin Luther King. E usare la parola «femminicidio», capirla, comprenderla a fondo, riconoscerla in certe azioni anche ben prima che sfocino in tragedia, individuare i segnali, ascoltare, è compito di tutti noi nei rispettivi ambiti di vita e significa salvarci dall’indifferenza. Educare al rispetto è possibile e necessario e ogni occasione è buona per ribadire come dice Mary McCarthy: «Nella violenza ci dimentichiamo chi siamo». Allora cerchiamo di coltivare sempre il meglio di noi e di chi ci circonda, in modo da scatenare ogni giorno un bellissimo contagio d’amore vero.