CI GUARDIAMO NEI SOCIAL, MA NON NEGLI OCCHI

DI CLAUDIA SABA

Abbiamo imparato a conoscerci attraverso Facebook, Instagram, Twitter.
Qui possiamo addirittura scoprire se il nostro uomo flirta con un’altra o se nostro figlio ci ha mentito, se si comporta bene o male con gli amici.
Abbiamo imparato a raccontarci al mondo intero, a darci il
Buongiorno ogni mattina e la buonanotte all’imbrunire.
Sempre più spesso solidarizziamo con l’ultimo di turno, con chi sta giù di corda e con chi sta male.
Abbiamo imparato a indagare nella vita degli altri, di chi non conosciamo, per pura curiosità o di chi conosciamo bene ma non possiamo controllare nella realtà.
Ci rifugiamo sempre più spesso nel virtuale, ci atteggiamo a grandi, a simboli, a superdonne o uomini, solo per il gusto di un like.
Ci svegliamo la mattina in compagnia di uno schermo che chiede come stai, a cosa pensi, che farai.
È diventato quasi un obbligo aggiornare la bacheca con l’immagine più figa, brillante, sfavillante.
Abbiamo imparato a darci, senza dare mai veramente nulla di noi.
E poi, non sappiamo più guardarci da vicino negli occhi quando ci incontriamo per strada. Come avessimo sviluppato un virus che c’impedisca di guardarci dentro.
Gia, guardarci dentro… non sappiamo più cosa voglia dire.
E allora inventiamo, giochiamo, inganniamo per quell’attimo di gloria virtuale.
Litighiamo, provochiamo, ci azzuffiamo, illudendoci di esistere.
Per ritrovarci poi da soli, la domenica pomeriggio sdraiati sul divano raccontando di posti meravigliosi, solo immaginati.
Ma il mondo è fuori, è dove il sole sorge e poi tramonta. È tra la gente che sorride o piange, che grida un dolore o lo trattiene in silenzio.
Forse il più grande vuoto lo stiamo creando noi adulti, ponendo barriere trasparenti solo all’apparenza ma che in realtà sono muri pesanti, isolanti, dove abbiamo nascosto sentimenti e cuore dimenticando
di essere proprio noi, insieme,
i colori del mondo.
I bambini, invece, continuano a guardarsi negli occhi.

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