COSA VUOL DIRE MORIRE CON DIGNITÀ?

MARCO GIACOSA

È consuetudine non soltanto giornalistica dire, quando accade, che un uomo o una donna hanno vissuto la malattia «con dignità», «con grande dignità», nonostante sapessero dell’esito infausto, anzi spesso proprio perché consapevoli dell’inesorabile avvicinarsi della morte.

A me questa cosa disturba un po’: perché la dignità dovrebbe essere un valore? E quello che, saputo dei pochi mesi rimanenti, dà di matto e si impasticca di psicofarmaci? Quello che diventa alcolizzato? Si eclissa, non vuol più sapere niente del mondo? Fugge nei geli artici e va a morire in solitudine? Quello che vive appieno la sua disperazione, fa cazzate, ruba un’automobile? Quello che rompe i coglioni a tutti e piange angosciato a braccetto di uno sconosciuto al bar? Quelli valgono meno? Non siamo tutti esseri transeunti pari modo, meritevoli comunque di un medesimo pensiero affettuoso, quali siano state le nostre forze, le nostre debolezze?