IL TRASPORTO PUBBLICO A ROMA E UN REFERENDUM FARLOCCO

L’11 novembre i cittadini romani sono chiamati a pronunciarsi, con un voto consultivo, sulla proposta radicale di mettere a gara il servizio di trasporto pubblico attualmente gestito dall’Atac e da una società privata (la Tpl).
A meno di un mese da questo appuntamento, la stragrande maggioranza dei sullodati cittadini ne ignora l’esistenza. Non ne parlano i giornali, fedeli al loro principio secondo il quale “no news” è la via più sicura per evitare fatiche e grane. Non ne parlano i partiti – a eccezione, naturalmente, dei radicali e della sinistra radicale – fedeli al principio wittgensteiniano di non dire niente quando non si sa cosa dire. E tendono a parlarne il meno possibile gli stessi sostenitori del sì e del no, fedeli al principio secondo il quale il referendum si vince polarizzando l’attenzione dei cittadini sul punto o sull’argomento più immediatamente comprensibile e condivisibile.
Il “combinato disposto” di questi orientamenti porterà a concentrare l’attenzione sull’Atac. Diranno sì quelli che ritengono l’Atac totalmente indifendibile (deficit stellare fino a portarla sull’orlo del fallimento, servizi sempre più inadeguati, gestione partitico-clientelare). Diranno di no quelli che ritengono che una gestione privatistica, già attualmente disastrosa, comporterebbe in futuro sacrifici (licenziamenti, prezzi dei biglietti, eliminazione dei cosiddetti “rami sechi”) insopportabili.
Personalmente sono convinto che siano vere entrambe le cose. E portato a ritenere che, al dunque, prevarrà, nel senso del sì, l’esasperazione diffusa sulla contestazione specifica. Anche perché non parteciperanno al voto quanti sono vitalmente interessati al servizio pubblico: cittadini stranieri, studenti e, in larga misura, abitanti delle borgate.
E penso anche che la cittadinanza romana abbia diritto a un dibattito vero e più ampio. Non sull’Atac. Ma sul trasporto pubblico a Roma: sulle ragioni del suo stato disastroso (mancanza di finanziamenti, politica urbanistica e dei trasporti totalmente deficitaria, degenerazione di un’azienda pubblica, inizialmente concepita al servizio della collettività); e sulle vie concrete per porvi rimedio.
Nulla ci dice, naturalmente, che questa riflessione ci sarà. E soprattutto, che si tradurrà, e in tempi ragionevoli, in indicazioni concrete. Quello che è certo è che in caso di vittoria del sì, il problema uscirà definitivamente dal campo visuale dei cittadini romani e dei loro rappresentanti. Per essere gestito da altri. Per il sottoscritto una ragione ad un tempo necessaria e sufficiente per votare no.

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