NIENTE STORIA ALLA MATURITÀ. SI VOGLIONO CRESCERE GIOVANI SENZA MEMORIA?

DI CHIARA FARIGU

‘La storia siamo noi’, cantava De Gregori in una magnifica canzone anni addietro. Noi che siamo fatti di presente e di un futuro tutto da scrivere nel libro delle nostre vite. Ma soprattutto siamo fatti di un passato che sono le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra storia. Quel passato che ci dice chi siamo noi oggi e chi potremmo noi essere domani. E’ il passato che ci racconta la nostra storia.
La parola ‘storia’ deriva dal greco ἱστορία (istoría), che significa “racconto”,  racconto di cose viste, quindi conoscenza, memoria. La storia connette il passato il presente e il futuro, in un tutt’uno che non può essere spezzato né cancellato, perché appunto ‘la storia siamo noi’. I nostri nonni, i nostri figli, i nostri nipoti.
Un concetto talmente lapalissiano che sembrerebbe del tutto superfluo persino doverlo rimarcare. Per questo ci si domanda chi e perché dalle prove scritte della maturità 2019 abbia deciso di eliminare la traccia di storia, una ‘novità’ passata quasi in sordina in questo bailamme di pseudo-cambiamenti che fagocita l’attenzione degli italiani, alle prese con problemi più quotidiani e stringenti.

A stigmatizzare l’accaduto ci pensa la senatrice Segre che senza mezzi termini denuncia: ”Formeremo giovani senza memoria”, e le associazioni degli storici che hanno richiesto al Miur di fare un dietrofront, piccati anche per non essere stati interpellati in questa scelta. “Che errore”, scrivono nel documento inviato al ministero dell’Istruzione, “il ministro ci ripensi. La storia orienta i giovani nelle loro scelte”. “Che orrore”, commentano diversi intellettuali, sulla stessa linea degli storici.

Gli unici a non protestare sembrerebbero proprio loro, i maturandi, che questa prova non l’hanno mai amata: in dieci anni è stata scelta solo dal 3% di loro, secondo un’indagine realizzata da un noto sito di studenti. Vuoi perché necessita di un linguaggio tecnico e di una conoscenza dei fatti attenta e precisa che troppo spesso mancano, e vuoi perché gli argomenti d’esame spesso vertono su temi dell’ultimo secolo che difficilmente i programmi scolastici riescono a coprire. Non si conoscono i dati ufficiali del Miur che però, stando alle scelte effettuate, non dovrebbero scostarsi più di tanto.
Il ministro Bussetti, chiamato in causa, ha chiarito che sulla prima prova scritta della maturità ci saranno chiari riferimenti alla storia, specificando che la disciplina non è stata affatto messa da parte e che le competenze e le conoscenze di questa materia saranno fondamentali per affrontare la maturità. “La storia è una disciplina importantissima, che attraversa tutte le altre. È alla base della cittadinanza. Con il nuovo esame non si vuole assolutamente mortificarla o ridurne l’importanza”, scrive nel suo profilo Facebook, precisandoche “questa revisione nell’Esame di Stato ha evitato di relegare la storia, come accadeva prima, a un’unica tipologia di prova”. L’idea del Miur, ribadisce il ministro, è che “ognuna delle tre tipologie previste potrà interessare, e interesserà, anche l’ambito storico, come previsto dai documenti che regolano la maturità 2019″.

Nessuna rimozione, dunque. Ma una nuova “ricollocazione” all’interno delle tracce previste con riferimenti storici.
Dello stesso parere i senatori pentastellati della Commissione Istruzione Senato che a loro volta specificano: “La tipologia B, che va sviluppata sotto forma di testo argomentativo, ovvero saggio breve, prevede anche la trattazione di un argomento storico all’interno delle 7 tracce. La differenza tra un saggio breve e un tema tradizionale di tipo storico è minima ma strutturale. A vantaggio del saggio breve, rispetto al tema tradizionale, c’è infatti l’impossibilità di “copiare”, sarà più facile quindi valorizzare e premiare l’originalità, la solidità delle conoscenze, la competenza ed il rigore del ragionamento di ciascuno studente”.

Sarà. Al momento però appare come una eliminazione tout court. Un voler togliere dei paletti ad una disciplina che richiede impegno, ricerca, studio. Quindi confronto e riflessione continua. Attività queste che in tempi di social, di clic facili e veloci, di informazioni scodellate in tempo reale, dove si vive tutti e tutto in modo informale, virtuale e distante stanno strette. Talmente strette da diventare fastidiose, pertanto superflue. La parola d’ordine sembra essere “snellire”, “velocizzare”, “andare al passo coi tempi”. Senza, però, mai specificare quali. Si accorciano gli anni di studio (sempre più licei optano per i quattro invece dei classici cinque), si abbreviano le lauree, si riducono le ore d’insegnamento di filosofia, si eliminano discipline ritenute superflue, obsolete, inutili vedi la geografia o più recentemente l’educazione musicale. Un continuo attacco ad un sistema scolastico di per sé agonizzante. Portato avanti da una politica (di destra, di centro e di sinistra, perfettamente allineate in questo) che lo vive come un fardello, e non come una risorsa per formare le future generazioni. Così si spiegano i continui tagli, gli edifici fatiscenti, la scarsa considerazione sociale di chi quella cultura è chiamato a trasmettere, a far amare e condividere.
Ma forse è proprio questo che si vuole: formare giovani senza memoria. Più facili da abbindolare, manovrare e quindi assoggettare

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