IL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI MEDICI: LA “SECESSIONE DEI RICCHI” DISTRUGGERÀ IL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE

DI PATRIZIA ING. LASSANDRO

La mozione della Regione Veneto che prevede il conferimento alla Regione, da parte dello Stato, di funzioni importanti, tra cui la sanità, fa vacillare la convinzione che la sanità sia uguale e garantita equamente a tutti i cittadini italiani. Economisti, medici e meridionalisti del calibro di Gianfranco Viesti, l’oncologo Antonio Giordano, Vito Tanzi, già direttore del FMI e Pino Aprile, al fine di bloccare questa proposta, hanno lanciato un appello che ha raccolto circa 12.000 adesioni, definendo l’iniziativa veneta come “secessione dei ricchi”.
Il Veneto è stata la regione capostipite del processo, ma a seguire ci sono Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Marche, Umbria e quasi certamente anche la Puglia. Destano forti perplessità anche i criteri con cui si propone vengano stabilite le risorse da riconoscere alle regioni per l’esercizio delle deleghe trasferite. I criteri si baserebbero sul valore della spesa storica consolidata e sul “residuo fiscale” che è calibrato sulle tasse pagate dai cittadini della regione interessata, decurtando, ovviamente una grossa quota di quella fiscalità pubblica che dovrebbe essere impiegata per i fabbisogni collettivi dello Stato. Sembrerebbe che più si è ricchi, migliori servizi si avranno a disposizione.
La ministra leghista agli Affari Regionali, Erika Stefani, ha dichiarato che presenterà la proposta di legge che riguarda il Veneto in ottobre, ma subito dopo ha in qualche modo placato le polemiche, rendendosi disponibile al dialogo. Secondo la ministra, le risorse necessarie saranno calcolate “sulla base del costo storico per quel determinato servizio. Verranno trasferiti i soldi che sono spesi oggi per far funzionare i servizi che passeranno alla Regione. A saldo zero”.
La Sanità è scettica su questo, in quanto la stessa misura della “spesa storica” è discutibile e il criterio con cui viene fissato il riparto del Fondo Sanitario Nazionale prevede allo stato attuale meccanismi perequativi a favore delle regioni più disagiate. La ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale 2017 ha attribuito alla Regione Veneto 8 miliardi e 835 milioni di euro, 7 milioni e 243.000 euro dei quali sono stati però erogati ad altre regioni, sulla base dei meccanismi di compensazione sanciti dalla Conferenza Stato-Regioni. Se il meccanismo di trasferimento delle risorse alla Regioni “delegate” si limiterà a prendere atto della “spesa storica” allora cosa accadrà alla quota di compensazione?
La spesa storica è determinata sulla base della quota capitaria, differente per ogni cittadino. Uno dei parametri adoperati per individuarla, è l’età media della popolazione, che è superiore al Nord rispetto al Sud, anche perché al Nord si vive più a lungo che nel Mezzogiorno.
A tutto questo bisogna aggiungere quanto le regioni incassano per la mobilità sanitaria. La normativa attuale, difatti, consente a chiunque di farsi curare in regioni diverse da quella di residenza. Il costo di questo spostamento non viene sostenuto dalla Regione che eroga il servizio, ma da quella di residenza, che rimborsa la Regione che presta la cura.
La Regione Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Provincia autonoma di Bolzano e Molise, sono tra quelle che vantano un saldo positivo connesso con la mobilità sanitaria.
Calabria, Campania, Lazio, Sicilia, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Marche, Piemonte, Liguria, Provincia autonoma di Trento, Basilicata, al contrario hanno un saldo negativo.
Il coefficiente di deprivazione, doveva porre rimedio a questo squilibrio, consentendo di calcolare le quote di ripartizione del Fondo anche sulla base delle condizioni di disagio economico e sociale della popolazione.
Lo prevedeva un emendamento al Decreto Milleproroghe, che non è passato.
Questo è il triste epilogo di un capitolo facente parte di una complessa questione che potrebbe andare a scapito dei malati.