LE NUOVE MASCHERE DELLA VIOLENZA SESSUALE

 

 

DI CLAUDIA PEPE

Se mia figlia o una mia allieva si presentasse con vestiti imbrattati dallo sperma di un uomo che si masturba in un autobus, prima lo farei denunciare, e poi, dovrei spiegare a quel viso che non conosce ancora la brutalità del mondo, la violenza che massacra ogni giorno le donne. Come fossimo barattoli da centrare. Dovrei spiegare la violenza sessuale, perché è questo di cui si tratta. La violenza sulle donne con leggi fatte da uomini che hanno prima immolato Santa Maria Goretti, poi con il codice Rocco hanno cercato di dare una spallata ai soprusi, e poi hanno scovato nelle “fuitine”. Il modo di farci tacere, dopo aver denunciato l’accaduto. Se la mia allieva dopo aver denunciato, si vedesse rigettare la richiesta di carcere per un uomo incapace di rispetto e dignità da supremi magistrati perché il fatto di non averla toccata non si configura una violenza sessuale ma come “un mero atto osceno”, non capirei più se la violenza sia più verbale che non oggettiva. La sentenza l’ha recitata un giudice di Torino: “Non sono presenti elementi per confermare che lo sfregamento masturbatorio ipotizzato sia stato effettuato in appoggio alla gamba della donna”. “Appare difficile qualificare il gesto come violenza sessuale e non piuttosto come mero atto osceno”. Qui si potrebbe aprire una letteratura che inizia con “Se l’è andata a cercare, dopotutto con quei vestiti era ovvio che le succedesse”, “Con i jeans è impossibile essere violentate”, “Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire: Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?” Vi siete messe voi in questa situazione”. Ognuno raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza fosse rimasta a casa e l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente” Noi insegnanti che abbiamo in consegna le vite di tanti ragazze e ragazzi ci troviamo spiazzate davanti a questa Scuola che non fa altro che proporre progetti, progetto che non sono volti nell’educare sessualmente i nostri giovani. La parola “sesso” è ancora tabù, spiegare la diversità tra un atto sessuale e un sopruso non rientra nei programmi del Ministero. Eppure noi donne moriamo tutti i giorni, mentre giudici non riescono a capire che dentro gli abiti di quella mia allieva, amica, figlia, donna, c’è sempre una persona. Come potrei spiegare che quell’uomo non è stato arrestato, perché il reato di “atti osceni in luogo pubblico” come anche quello di “atti contro la pubblica decenza” sono stati depenalizzati dal Governo Renzi? Per cui non sono più reato, ma sono puniti con multe enormi, che può pagare solo chi ha soldi. Per cui se una persona è nullatenente, può masturbarsi anche tre volte al giorno per strada o sull’autobus impunemente. Addosso ad una donna. Stiamo tornando negli anni quando lo stupro era reato contro la pubblica morale e non contro la persona. E non sarà facile far capir alle mie studentesse che questi uomini non sono immaginari e che questa è violenza sessuale. Devono sapere che queste persone sono dappertutto, vicino a noi, all’angolo della strada, nelle stazioni, nelle ville lussuose, nelle case, come nelle chiese. Solo che noi non li vediamo, sono un’immagine collettiva che non ha volto, li rappresentano come ombre prive di forme umane. Eppure esistono, indossano i nostri stessi vestiti, parlano, ridono, mangiano e magari sono nostri amici. Non basterà ai miei ragazzi sentirmi dire che sarà una lotta eterna, che le donne possono e devono combattere per il solo fatto di essere nate tali. No, loro mi chiederanno perché dovranno aver paura dei loro sogni, di un futuro di speranza, di ottimismo, di entusiasmo, di un viaggio con gli amici. Non posso rivelare che tanta gente pensa che la violenza sulle donne sia un problema delle donne, non posso narrare di quella giudice spagnola che di fronte ad una donna violentata e quasi ammazzata di botte ha chiesto: “Ma lei ha provato a chiudere le gambe?” Non posso essere d’accordo che il fittizio scenario maschile, detti legge nelle parole e nelle immagini, per descrivere la violenza sulle donne. Non posso parlare di “raptus improvviso”, di gelosia, di repressioni infantili. Basta, io non lo farò più. Non posso dire che ci hanno abituato pomeriggio dopo pomeriggio ad assistere a processi, scoperte di cadaveri, interviste con l’assassino e che proprio su questo si gioca l’auditel di un servizio informativo che celebra la morte della donna ogni giorno. Il linguaggio plasma la realtà, e i commenti di persone a cui la morte non ha mai sussurrato il suo ghigno, sono disumani e spietati:” Se la sono cercata, potevano stare a casa loro, non dovevano andare in un posto così pericoloso, dovevano coprirsi di più”. Sempre questa doppia morale che attribuisce alle vittime una sorta di complicità. E il dolore, a volte non è peggio dell’umiliazione a cui noi donne siamo condannate da leggi fatte da uomini e non da Dei. Perché in questa società tutto ciò che si innalza deve essere prima o poi umiliato. Quando cala poi il sipario, non pensiamo più a desideri distrutti, a fantasie mai vissute. E così se la sono andata a cercare anche: Giulio Regeni, Valeria Solesin, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi. Luminosi ragazzi di cui dobbiamo tutelare almeno la loro dignità. Ai miei studenti parlerò dell’importanza dell’educazione e come si possa usarla per cambiare il mondo. Parlerò degli specchi della vita che solo loro decideranno se trasformare in finestre. E dentro gli abiti vive sempre una persona, e solo perché è donna potrà essere umiliata da un uomo a cui hanno strappato l’anima che trova nella violenza l’ultimo rifugio.