ECCO AZNAVOUR, PERDENTE DI SUCCESSO, COSI’ COME L’HO SEMPRE VISTO, BENE

DI TONI JOP

“ Sono un istrione” “Ed io tra di voi se non parlo mai…”, e così, certo non di colpo, Aznavour con pochissime battute fortissimamente orientate ha decretato il suo successo planetario e insieme la sua in fondo dolce condanna. Perché questo eccellente artista ha un merito strepitoso nella storia del rapporto tra canzone d’autore e grande pubblico. Ha saputo legare, come pochissimi altri, questi due soggetti, ha innestato notevoli quantità di cantautorato francese nelle vene di un pubblico sterminato che a quel tipo di poetica malinconia non avrebbe riservato che pochi sguardi presto saturi, com’è avvenuto per Jaques Brel,  Georges Moustaki,  Serge Reggiani,  Ives Montand, o con Georges Brassens e  Leo Ferré.

Non è che questa illustrissima schiera non abbia mietuto successi su larga scala, anzi. E nemmeno che non abbia saputo allargare l’interesse al di fuori dell’area francofona. Ma quel tipo di partecipazione intensa, popolarissima, alla vicenda raccontata cantando, così confortevole e senza faticosi doppi sensi sta forse, almeno soprattutto, nel sacco dell’esperienza terrena di Aznavour, che intonando romanzava quasi sempre.

Conviene provare a disegnare il modello di ruolo che l’artista di origine armena ha scelto per sé, in musica. Ed è importante lavorare sui testi delle canzoni che lo hanno immortalato, che sono entrate nelle case di milioni di esseri umani con la radio accesa in cucina. Perché quelle radio, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, trasmettevano quasi esclusivamente proprio “Io sono un istrione”, “Ed io tra di voi”, “Ti lasci andare”, “Quel che si dice”, quattro splendidi pezzi, micidiali nei testi, nelle relazioni tra parole e musica, perfetti trapani mentali, materia che ti entra dentro e ti fa dondolare mentre ascolti. Fa di più, in realtà, dà un nome non sgradevole ad uno stato mentale, una condizione accettabile benché priva di consolazioni.

L’angolo in cui si caccia Aznavour è sempre lo stesso: quello dei perdenti, in primo luogo, dei perdenti ma nobili, in seconda battuta. Mentre con voce educatissima, bellissima, potente recita spesso con orgoglio i segni di questo smacco fondamentale subìto nella vita. È sempre un respinto, travolto dal rifiuto mentre lui è un fuoco d’amore che si muove tra le fiamme con enorme lirismo. Ma è lui che racconta la storia, in prima persona, e la racconta bene, con i toni giusti, quindi tutto il “potere politico” sta nelle sue mani pur perdenti ma grondanti di un rammarico evidentemente vincente presso il grande pubblico. Si badi bene: qui non si discute dell’arte di Aznavour nel suo complesso ma solo di ciò che la comunicazione di massa ha offerto dell’artista ad una sorprendentemente vasta platea. Si discute della sensibilità del pubblico di massa di allora, di come sia stata un po’ educata, incanalata da quella poetica. Aznavour era proprio il personaggio che cantava, così pareva. Sembrava di poter sovrapporre l’immagine dell’artista, col suo volto e il suo corpo a quella dei suoi testi, dei suoi andamenti armonici, dei suoi arrangiamenti. Quel che si dice: un artista sincero. Sofferto e sincero. Ma forte e virile, resistente. Brel – per chiarire – non ha cantato solo ruvide tenerezze, anche lui non ha esitato a tuffarsi nel gorgo che ricicla i fallimenti d’amore in fallimenti della vita. Ma Jaques era un bell’osso, raccontava di cuori infranti, di fragilità intimidite con la ferocia intellettuale di un figlio di Brecht: il soffertissimo innamorato che tra le lacrime filosofeggia sul senso della vita non è esattamente chi sta cantando, e cioè l’artista. Tra Brel e il modello tremante che lui stesso ogni tanto mette in scena c’è distanza critica. Non proprio uno straniamento, ma ci andiamo vicini. Anzi, potrebbe essere proprio l’enfasi lirica con cui quella sofferenza si muove la misura della distanza tra il cantante e ciò che sta cantando.

Una signora complicazione, questo iper-razionale gioco di specchi, rispetto alla fucilata di emozioni garantita da un’onda romantica interpretata con strepitosa maestria, con persuasiva convinzione da Aznavour, piccolo uomo con la faccia da ferroviere italiano degli anni Cinquanta, uno che da solo è niente. Immagine di ciò che non conta e che paga anche nella vita sentimentale il prezzo di questa marginalità. L’enfasi di Brel ha un fondo acido, quella di Aznavour un fondo amaro, teneramente amaro. Poi, si può provare a rintracciare un filo che riconnetta questi stati poetico-esistenziali ai percorsi delle due vite d’artista. E scopri qualcosa: che Aznavour era certo uomo affascinante pur nella sua enorme distanza dai cliché, mentre Brel era rincorso dalle signore di qualunque età ed è capitato che gli abbiano scassinato la porta per infilarsi nel suo letto, attendendo il suo rientro. A due alla volta.  Tuttavia, le donne con la permanente scelsero istintivamente il primo, quello “bruttino e sfortunato”. Anche se, bisogna, ammettere, Aznavour ha goduto di una presenza televisiva che è invece mancata quasi del tutto all’artista belga. E non è cosa da poco. Infine, almeno qui in Italia, l’onda emotiva sollevata frequentemente dalla canzone di Aznavour, trovava un gancio perfetto nella tradizione lirica, dove “tutte ‘e cose”, in genere, finiscono male, soprattutto gli amori e il canto, altrettanto spesso, è un canto funebre comunque declinato. In questo modo, per queste porte, il grande armeno ha avuto un ruolo, probabilmente, nella formazione affettiva di un numero impressionante di esseri umani. Poiché, ciò che conta nel “messaggio” che si trasferisce da un lavoro d’arte alla platea, non è tanto, in questo caso, la celebrazione del fallimento come categoria dell’anima, ma la qualità della risposta che quel lavoro elabora e offre a quella condizione. La riflessività post-traumatica, negli affetti, è uno dei must della canzone popolare. Aznavour impasta una risposta preferibilmente morbida, dolentissima, epica perfino, ma non revanchista, mai distruttiva, densa di pensieri che affermano un deciso incremento del tasso di umanità consapevole in quel cuore ferito. Aznavour riesce a drammatizzare la tragedia, trasformandola in una lapide molto morbida che con un po’ di buona volontà si può rimboccare. E nemmeno questa è cosa da poco. Ma come tutti gli abiti tagliati con precisione millimetrica, questa poetica non ti abbandona, disegna perfino i confini materiali dell’artista, ne diventa il marchio.

E in questo dislivello di potere del tutto teatrale, ecco la dolce condanna alla quale Aznavour si è volontariamente sottoposto.