SE VIVI IN UN PAESE DOVE NON PUOI PIU’ NEPPURE SOGNARE

DI MONICA TRIGLIA

Ero una ragazza quando pensavo che nella vita a ciascuno sarebbero bastate volontà e preparazione per raggiungere qualsiasi tipo di obiettivo, anche il più ambizioso. Sei nato povero? Se ce la metterai tutta potrai conquistare il benessere economico. Sei nato in una famiglia priva di scolarizzazione? Se ti impegnerai riuscirai a laurearti. Non ci ho messo molto a capire che mi sbagliavo. Ma per anni ho continuato a cullarmi nell’illusione che quell’idea continuasse in qualche modo a valere. Soprattutto in un Paese avanzato come l’Italia rispetto ad altre disgraziate parti del mondo.

Perché ricordo bene quel giorno in Malawi dov’ero andata per seguire un progetto di Medici senza Frontiere. Era l’alba e davanti a me una lunghissima fila di mamme-bambine attendeva disciplinata che aprisse l’unico ambulatorio medico presente in un raggio di 400 chilometri. Erano lì per ritirare i farmaci per controllare la sieropositività trasmessa loro da mariti che, se mai avessero saputo di quelle mogli ammalate, le avrebbero immediatamente ripudiate. Sono passati più di sette anni ma ho stampato in testa il pensiero che avevo avuto: nascendo in Occidente avevo vinto un meraviglioso premio nella lotteria della vita.

E che nascere dalla parte giusta o da quella sbagliata sia determinato davvero solo dal caso lo sottolinea ancora una volta il rapporto “Fair Progress?” della Banca mondiale. «Ogni giorno nel mondo nascono 400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il luogo in cui viene al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria» si dice nell’introduzione.

Il rapporto, raccontato in un bell’articolo pubblicato su L’Espresso e sul sito equalchances.org, creato dal Dipartimento di economia dell’università di Bari partner nel progetto, denuncia però una situazione allarmante anche nel “mondo ricco”. Oggi l’immobilità sociale colpisce, in Europa, soprattutto l’Italia.

Da noi, infatti, quasi la metà del reddito dei figli è determinata dal livello di quello dei padri: in sostanza, nella lotteria della vita, mai come ora è probabile che se si nasce poveri, lo si sarà per il resto dell’esistenza.

I numeri, le statistiche, le percentuali economiche spiegano la situazione: quando l’economia cresce è più facile per i figli costruire una vita migliore rispetto a quella dei genitori: pensiamo agli anni Cinquanta in Occidente e a questi anni in Cina e India (ma non ovunque: in molti Paesi in via di sviluppo la mobilità sociale è oggi ancora bloccata).
Nei momenti di crisi la situazione cambia. Ma se il freno colpisce un po’ ovunque, è particolarmente severo in Italia, dove il problema della disuguaglianza nelle opportunità si fa più grave che in tutta Europa. Da noi – a parità di istruzione, che comunque continua a fare passi avanti rispetto al passato – resta determinante il peso della famiglia di origine fatto di status sociale e conoscenze, e relazioni con gli amici.

Che è un po’ un calcio in bocca ai sogni delle nuove generazioni. In un Paese che vive una situazione politica che promette una ripresa economica che ha dell’impossibile. E intanto va indietro, sempre più indietro, non ascoltando i sogni dei giovani, non dando loro più neppure una speranza.