LA CASA SOTTO IL PONTE. SEI ORE PER RECUPERARE LA VITA

DI RUGGERO PO

 

Come in un reality show. Sei ore di tempo, divise in tre “puntate” da due ore, è tutto quello che sarà concesso alle famiglie che la mattina del 14 agosto fuggirono così come si trovavano, molti in maglietta e ciabatte, dai 253 appartamenti considerati a rischio in caso di nuovo crollo.

Due i familiari che ogni nucleo dovrà indicare. A loro il compito, dopo avere aperto la porta e essere stati travolti dall’emozione, di buttare negli scatoloni numerati quanta più “roba” possibile.

Da dove cominceranno? La biancheria nei cassetti? I quadri appesi al muro? La scatola delle fotografie e delle letterine di Natale dei nipotini? Il computer, il televisore, il servizio buono, la macchinetta del caffè?

La pena – naturalmente minore rispetto alle vittime –  per queste famiglie mi insegue dal giorno della tragedia. Io non ce la farei. Io che non rinuncio a  un soprammobile, una calamita sul frigo, al plaid sul divano non ce la fare. Rinuncerei anche col rischio che tutto venga distrutto da un nuovo crollo del ponte o, circostanza ancora più drammatica, dalla demolizione programmata degli edifici. Che avrebbe il sapore che un’esecuzione.

Possibile che non esista un drone, un robottino, un qualche cosa telecomandato e possa entrare e portare via tutto? Un abbraccio ai senza casa di via Porro. Siete nel mio cuore.