MENSE SCOLASTICHE, NESSUN BAMBINO DOVREBBE VIVERE QUELLO CHE HO VISSUTO IO

DI LARA CARDELLA

Avrò avuto sei-sette anni e frequentavo una scuola gestita da suore in cui si pagava una retta che comprendeva la possibilità di mangiare con altri bambini a pranzo. I miei genitori avevano scelto quell’istituto perché era il più vicino a dove abitava mia nonna, dalla quale mi recavo ogni giorno e con la quale vivevo. L’accordo era che, alla parte inerente il mio mantenimento, pensassero i miei genitori che avevano due stipendi e potevano permettermi di stare in quella scuola, mentre mia nonna non aveva tale possibilità economica. Allora, naturalmente,tutto questo non mi era chiarissimo: vivevo con nonna che mi voleva tanto bene perché i miei genitori dovevano lavorare e potevo vederli solo il sabato e la domenica.
Un giorno, non ricordo perché, rimasi a pranzo nella mensa scolastica: noi bambini eravamo tutti seduti ad un’enorme tavolata e aspettavamo il primo, una pasta che non sapevamo neanche con che cosa fosse condita, ma l’attesa era lieta, ridevamo e scherzavamo tra di noi. Al momento di riempire i piatti, la voce della mia maestra, una suora, si levò alta ad ammonire la consorella che ci stava servendo la minestrina: “A LARA NIENTE PASTA PERCHE’ I SUOI GENITORI NON HANNO PAGATO IL MENSILE!”. Tutti i bambini si girarono verso di me, la suora si fermò, mi lasciò il piatto vuoto e passò all’altro bambino accanto a me, mentre io sentivo mormorare il mio nome; mi alzai dalla tavola e uscii fuori dalla sala a testa bassa. Trattenevo le lacrime pur essendo da sola su un gradino. Dopo qualche minuto, mi si avvicinò un’altra suora con un piatto di minestra e me la offrì, la ringraziai e risposi che non avevo fame. No, non mangiai.
Tornai a casa vergognandomi e non potendo parlarne con nessuno, perché avrei visto i miei genitori soltanto sabato e non avrebbe avuto nessun senso parlarne a mia nonna. Io non sapevo perché quelle maledette venticinquemila lire non fossero state versate, sapevo solo che non era colpa mia, che non meritavo di essere additata come una ladra e costretta a non mangiare. Né quella punizione sarebbe servita mai a costringere i miei genitori a pagare, ne ero consapevole, e per questo inventai scuse per non tornare a scuola finché non arrivò finalmente il sabato e potei dire di pagare quelle fottute venticinquemila lire. Se non l’ho mai scordato e ancora brucia quel ricordo è per l’insensibilità di chi non capì che un bambino non ha colpa. E non dovrebbe mai pagare per gli errori degli adulti. Mi consola pensare che, se oggi sono così attenta ai bisogni dei deboli, è stato anche per quello che mi è stato fatto. E che nessun bambino dovrebbe mai subire. Mai.