NIENTE SCUSE, E’ PROPRIO UNA MANOVRA MONSTRE

DI PAOLO DI MIZIO

 

Per essere molto franco, non riesco a capire come questo governo abbia potuto impantanarsi in una manovra così mal concepita e mal partorita. Anche a prescindere dalla grave contestazione che arriva dall’Europa, il Def nella sua costruzione sembra essere un pasticciaccio.

Non sto neppure a elencare gli errori, strategico-politici prima che economici, ma tanto per dirne un paio: il primo è la mancanza di veri incentivi alla crescita e il secondo è quel reddito di cittadinanza che non funzionerà mai perché non funzionano i centri per l’impiego e quindi non solo la misura non servirà ad alleviare la povertà vera, ma diventerà terreno per una quantità di abusi, una gigantesca emorragia di denaro pubblico a favore di furbi e nullafacenti.

E anche la faccenda delle “pensioni d’oro” è talmente strampalata (risparmi quasi zero, ma un po’ di macelleria sociale in più) che il governo non sa come uscirne.

Non nascondo di aver nutrito recenti simpatie per l’anima ‘rivoluzionaria’ dei 5 Stelle, vale a dire per il suo idealistico opporsi al sistema consociativo degli ultimi 25 anni, governati da Pd e Forza Italia con un perenne patto ora ‘della crostata’ ora ‘del Nazareno’: un sistema che era divenuto ormai un corpo incancrenito, putrido e impotente.

Ma adesso, di fronte al monstrum della manovra, si prova un forte senso di sconforto. Non mi stupisco tanto di Di Maio & Company, inesperti e spinti da un certo fanatismo di fondo della loro base elettorale. Mi meraviglio invece della Lega, che pur con tutti i suoi difetti mi sembrava fosse più solida e attenta agli interessi concreti della piccola e media borghesia produttiva del Paese, non più soltanto del nord Italia, che è il suo asse portante.

Mi stupisco ancor più, infine, del ministro Giovanni Tria, che ha fama di valente economista. Prima di essere incaricato al Ministero, quindi in tempi non sospetti, aveva esposto una teoria, quella sì innovativa rispetto al passato: l’idea era di accettare l’aumento dell’IVA, come previsto dalla clausola europea firmata a suo tempo dal governo Monti, anziché sterilizzarla ogni anno al costo di 15 miliardi. Rinunciare al tabù di tenere in ostaggio l’aumento dell’IVA sarebbe stata la vera rivoluzione: avrebbe prodotto esattamente il contrario di lacrime e sangue, ossia il contrario di quello che hanno fatto tutti i governi da Monti in poi.

Messo in conto un iniziale ma passeggero choc sui consumi interni con conseguente insoddisfazione, anche questa passeggera, dei commercianti, quei 15 miliardi finalmente ‘liberati’ avrebbero potuto essere impiegati come un potente motore per la crescita e l’occupazione, per esempio riducendo il cuneo fiscale sia a carico delle aziende sia dei lavoratori. A sua volta la crescita avrebbe provocato un aumento del Pil e questo avrebbe automaticamente ridotto il rapporto Pil/deficit, avrebbe sgonfiato lo spread e ridotto gli interessi che paghiamo sul debito, immettendoci finalmente in un ciclo virtuoso.

Mi sembrava fosse la strada più logica da percorrere, una strada di buon senso. Purtroppo sia i 5 Stelle sia la Lega avevano giurato, in campagna elettorale, che mai e poi mai avrebbero acconsentito all’aumento dell’IVA. Sono rimasti prigionieri delle loro promesse. Ora pagheremo quel peccato originario, e purtroppo pagheremo anche diversi altri peccati originari.

Intanto l’Europa si appresta a respingere al mittente la manovra e quindi ci attende a breve una navigazione con mare in tempesta.