PENSIONI: QUOTA 100, QUANTO CI COSTANO?

DI ANNA LISA MINUTILLO

A partire dal febbraio 2019, quota 100 è la nuova misura introdotta con la legge di bilancio dal governo Lega/M5s. La misura, come era facile immaginare, non darà diritto al lavoratore di percepire l’intero assegno ma di accedere ad una cifra ridotta.
Coloro che decideranno di usufruire dell’ormai famosa “quota 100” e anticipare la pensione si vedranno arrivare una ” mazzata” sul capo : perderanno fino a un quinto dell’assegno. Questo si verificherebbe perché decidendo di lasciare il lavoro prima e quindi versando meno contributi si verrebbe a perdere la rivalutazione al Pil. Chi decide di andare in pensione prima intascherà quindi meno soldi. Andare in pensione con la nuova “quota 100” potrebbe costare ai pensionati 500 euro al mese. Precisamente da un minimo del 2% per chi ha 42 anni di contributi a un massimo del 20%. I nati tra il 1953 e il 1957 (nel 2019 avranno tra 62 e 66 anni) dovranno dunque pensarci bene. Sono loro infatti quelli che risentiranno maggiormente di una uscita anticipata. Una quota 100 che potrebbe costare molto cara. L’uscita anticipata dal mondo lavorativo quindi non sarà una strada in discesa per chi sceglierà l’opzione delle pensioni quota 100 ecco perché diventa necessario riflettere bene su ciò che si intenderà fare.

Quando si parla di “quota 100”!?

Quando la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. La manovra introduce un ulteriore paletto. Una volta in possesso dei requisiti (62 anni di età e 38 anni di contributi versati) non sarà possibile accettare questa uscita anticipata in qualsiasi momento, ma soltanto in una delle quattro finestre temporali che il governo aprirà. Quota 100 avrà quattro finestre annuali, una ogni tre mesi. Bisogna aver compiuto 62 anni di età al momento di presentazione della domanda con 38 anni di contributi.
Questa misura è stata attuata per rinnovare il mondo del lavoro attraverso il turnover generazionale delle forze lavoro. L’intento sarebbe quello di incentivare le aziende all’assunzione dei giovani grazie alla riduzione dei costi derivanti dall’uscita anticipata dei lavoratori più anziani. Inoltre non si potrà uscire prima dal mercato del lavoro se pur avendo i 62 anni anagrafici mancherà il requisito dei 38 anni di contributi. Per questo motivo la quota per molti salirà a 101. Lo scenario denunciato da Tito Boeri, presidente dell’Inps, è inquietante.

Gli interventi del Governo sul sistema previdenziale potrebbero costare 140 miliardi nei primi 10 anni, dice Boeri spiegando che, dal 2046 in poi, la spesa dovrebbe scendere perché le persone saranno andate in pensione in anticipo e con assegni più bassi rispetto a quelli che avrebbero ottenuto andando a riposo con le regole attuali. M5S accusa Tito Boeri di fare politica avendo indicato nella sua relazione sulle pensioni d’oro valutazioni su quota 100. Boeri ha fatto inoltre intendere che si potrebbe raccogliere qualche risorsa in più abbassando la soglia delle “pensioni d’oro” dai 90 mila euro attuali a 78 mila euro lordi l’anno (corrispondenti a circa 3.800 euro netti mensili). L’alternativa sarebbe quella di introdurre nel disegno di legge un contributo di solidarietà.

Queste le dichiarazioni di Salvini in merito alla questione pubblicate su Facebook :
“Pensioni, l’ho detto per tanti anni, finalmente posso farlo: la legge infame la stiamo abbattendo. Con quota 100 dal 2019 restituiremo a 400mila italiani il loro tempo e i loro affetti. Non riusciamo a fare tutto e subito, ma il nostro obiettivo è sempre quello: il diritto alla pensione e alla vita è sacrosanto! Dalle parole ai fatti. #StopFornero“. ll tema pensioni è stato uno dei principali della campagna elettorale della Lega. Salvini ha da sempre dichiarato di voler abolire la legge Fornero e, secondo quanto ufficialmente approvato nella manovra finanziaria, ha già cominciato a modificarla insieme ai grillini. La nuova misura del governo interesserebbe circa 380mila lavoratori nel prossimo anno, molti dei quali (150mila) sono dipendenti pubblici. Inoltre, la manovra propone anche altre novità: in particolare una riforma dell’Ape sociale e la proroga dell’opzione donna, leggi entrambe ereditate dai precedenti Governi Gentiloni e Renzi, che permettevano di agevolare l’uscita di lavoratori in difficoltà e donne.

COSA PREVEDEVA LA RIFORMA FORNERO?

La cosiddetta Riforma Fornero era parte del decreto legge Salva Italia varato dal governo Monti a fine 2011. In particolare la riforma impone il sistema di calcolo contributivo nella costruzione della pensione di tutti i lavoratori, anche per coloro che – in ragione della riforma Dini del 1995 – stavano costruendo la propria pensione con il più generoso sistema retributivo. Dal sistema retributivo al sistema contributivo
La pensione viene così calcolata in base ai versamenti effettuati dal lavoratore e non agli ultimi stipendi percepiti. la riforma Fornero ha innalzato l’età pensionistica di uomini e donne, stabilendo i requisiti per la “pensione di vecchiaia” (in base all’età anagrafica). Tra gli “effetti collaterali” della Riforma Fornero il problema causato agli esodati, cioè ai lavoratori che avevano sottoscritto accordi aziendali o di categoria che prevedevano il pensionamento di vecchiaia anticipato rispetto ai requisiti richiesti in precedenza. Complice l’innalzamento dell’età del pensionamento costoro sono rimasti senza più stipendio e senza ancora pensione, per alcuni periodi di tempo. Un caso che ha riguardato diverse decine di migliaia di persone, per i quali è intervenuto successivamente l’Esecutivo per garantir loro uno “scivolo” per questa fase di passaggio.

La manovra economica del Governo gialloverde prevede anche il taglio delle pensioni d’oro oltre la soglia di 4.500 netti. Con i soldi risparmiati, che il Governo ha stimato in un miliardo in tre anni, si finanzierà la pensione di cittadinanza. Secondo l’Inps il calcolo del risparmio è sbagliato: con i tagli delle pensioni d’oro secondo l’istituto previdenziale, si risparmieranno appena 150 milioni ogni anno. Un risparmio che potrebbe anche ridursi se dovesse passare l’ipotesi della Lega di diminuire l’assegno solo a coloro che sono andati in quiescenza con il calcolo retributivo.

Qualora fossero confermate le anticipazioni sulla manovra di bilancio divulgate in queste ore dal quotidiano La Repubblica , i dipendenti del comparto Istruzione in possesso dei fatidici 38 anni di contributi e almeno 62 anni di età che aderiranno all’anticipo pensionistico si ritroverebbero con un assegno di quiescenza poco più alto di quello sociale.
Il danno economico sarebbe enorme anche per gli insegnanti laureati che oggi percepiscono uno stipendio netto alle soglie dei duemila euro: si ritroverebbero con appena 1.442 euro di pensione, piuttosto che 1.778 euro già penalizzanti che riceverebbero lasciando a 67 anni o 42-43 anni di contributi versati.
È bene che si venga a conoscenza in tempi brevi delle entità delle decurtazioni cui andrebbero incontro aderendo a quella che si sta rivelando una norma-beffa. Il tutto, dopo aver percepito per l’intera vita lavorativa gli stipendi più bassi della PA italiana e ancorati stabilmente sotto l’inflazione.

Quota 100 si sta trasformando così in una sorta di ” beffa cosmica”. Nella legge di bilancio di fine anno, sarebbe infatti contenuta una norma che vincola l’accesso al beneficio dell’anticipo pensionistico all’accettazione del sistema previdenziale non “misto”, quindi in parte anche “retributivo”, come previsto dalla normativa vigente, ma totalmente “contributivo”: si tratta di un sistema di accumulo decisamente sfavorevole al lavoratore che, secondo le ultime indiscrezioni, andrebbe a sottrarre il 20% delle già misere pensioni rivolte a chi opera nella scuola, come docente, amministrativo, tecnico e collaboratore scolastico. In questo modo si scoraggia l’adesione a quella che al governo si ostinano a chiamare la controriforma Fornero.
Per renderci conto di cosa stiamo parlando, se l’ultimo stipendio di un docente 62enne a fine carriera si aggira oggi attorno ai 1.850 euro, col massimo contributivo si andrebbe in pensione con 1.350 euro (il 72%), ma l’importo scenderebbe ad appena 1.050 euro, qualora si confermassero le anticipazioni per chi deciderà per la nuova quota inserita dal sistema previsto dalla manovra economica di fine anno.

E questo sarebbe l’anticipo pensionistico senza penalizzazioni?

Tutto ciò si sta profilando, mentre in Europa si continua ad andare in pensione a 63 anni, con Francia e Germania che offrono la possibilità di pensionamento con 25-27 anni di contributi accumulati e senza penalizzazioni sull’assegno di quiescenza. Per questo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, chiede al Governo di “rivedere le aliquote: perché con questi presupposti, i millennial andrebbero in pensione addirittura con l’attuale assegno sociale previsto per il reddito di cittadinanza di chi non ha mai lavorato. Il nostro sindacato – continua Pacifico – chiede correttivi durante il dibattito parlamentare, tenendo anche conto che nella scuola c’è pure la forte esigenza di innovare il corpo docente più vecchio al mondo e ad alto rischio burnout”.
Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, si esprime così: “le esigenze di oggi richiedono una riposta nuova e un’accelerazione del turn over per permettere l’ingresso di nuove competenze” nel mercato del lavoro. Pertanto con la riforma delle Fornero con l’introduzione di quota 100, ha aggiunto Tria dal palco dell’assemblea di Assolombarda, si punta a un “ricambio generazionale che permetterà di fare inserire o almeno di facilitare l’ingresso di nuove competenze nel mondo del lavoro”.

Ma passiamo al capitolo Pensioni di cittadinanza

Si profila una esigua platea di cittadini che potrà giovarsi della pensione di cittadinanza. Ammontano a oltre 4 milioni e mezzo le pensioni minime attualmente inferiori ai 750 euro al mese, ma Il Messaggero stima che l’incremento a 780 euro sarà solo per 700mila fortunati, concentrati in 550mila nuclei familiari, per un costo a carico dello Stato di 2 miliardi di euro. La motivazione è la scrematura che avverrà in base agli immobili posseduti: solo se il reddito familiare sarà sotto i 9.360 euro annuali, e non si avranno immobili di valore superiore a 30mila euro oltre la casa di abitazione, si avrà diritto al sussidio.
I beneficiari di quota 100, tra le province a maggior concentrazione sarebbero quelli del Nord: nelle prime cinque posizioni ci sono ben cinque cittadine piemontesi (Biella, Asti, Novara, Vercelli e Cuneo) e allargando alle prime dieci ne troviamo due lombarde (Lecco e Cremona), due emiliane (Ferrara e Ravenna) e una veneta (Rovigo). Tutte queste province hanno almeno 112 pensioni ogni mille abitanti.

Biella è da anni è la regina incontrastata per le pensioni di anzianità e anticipate: 157 ogni 1.000 abitanti.

La manovra economica da 37 miliardi appena varata dal Governo è ora sottoposta al giudizio di Bruxelles.

La tanto annunciata lettera da Bruxelles è arrivata. La risposta appare essere anche più dura di come la si attendesse. Il commissario europeo agli Affari economici l’ha consegnata direttamente al ministro dell’Economia, con le relative richieste di chiarimenti dell’esecutivo comunitario sul piano di Bilancio notificato dall’Italia. Chiarimenti che devono arrivare in tempi molto stretti, entro il 22 ottobre.
La Commissione europea ritiene che la manovra presentata dall’Italia indichi un “inadempimento particolarmente grave rispetto agli obblighi di politica di bilancio previsti dal Patto di Stabilità e Crescita”. L’Italia rischia ora una procedura per violazione della regola del debito.
Una manovra ricca di contraddizioni, al centro di numerose polemiche non solo all’interno del governo gialloverde ma anche e soprattutto per gli elettori che disorientati si trovano a rimbalzare tra dichiarazioni e smentite, tra promesse e mancanza di capitale per portarle al termine, tra il bisogno di chiarezza e la nube di incertezze in cui si sono, loro malgrado, e come sempre ritrovati.