A 29 ANNI MUORE GEMMA. NON SI CURO’ PER FAR NASCERE LA SUA BAMBINA

DI CLAUDIA PEPE

29anni sono troppo pochi per morire. 29 anni sono troppo pochi per decidere tra la vita e la morte. 29 anni sono l’essenza della vita, la gioia di vivere, i desideri che si trasformano in realtà, sogni che si avverano, che ti bisbigliano.
A 29 anni non si può morire. Soprattutto scegliendo tra la propria vita e la vita di una vita che sta crescendo nel grembo. E invece è successo. Gemma Nuttall, 29enne inglese, se ne è andata dopo aver combattuto una lunga battaglia contro il cancro. Nel 2014, quando era al quarto mese di gravidanza, aveva scoperto di quel terribile male. Decisa a far nascere la sua Penelope, si è rifiutata di sottoporsi alle cure e aveva dato alla luce la piccolina. (Fonte Fanpage.it). Gemma mentre stava assaporando, sorseggiando uno dei più bei momenti per una donna, ha scoperto di avere quel mostro che ti divora ogni giorno. Ti divora, ti squarcia, ti morde, ti addenta. Ti prende la vita e la fa piroettare tra fantasmagoriche luci allucinogene. Ti azzanna alla gola e ti soffoca quella voce che poco prima fantasticava, immaginava e cantava un inno alla vita. Ma Gemma non ha pensato a una scelta, non ha pensato a un destino diverso. Quello doveva essere il suo disegno. Magari sperando, pregando, lottando. Un cancro alle ovaie è letale se non ti affidi alle cure di un medico. Non ti dà speranza. È la morte che ti fa il solletico, è la morte che ti mormora, che ti sussurra che ti bisbiglia il suo profumo acre. Un profumo che si riflette nel tuo viso, nelle tue mani, nei tuoi occhi che invece di avere quel dolce sorriso della maternità, gracchia e schiamazza la sua presenza. Gemma non si è sottoposta a nessuna cura, a nessuna chemio, per arginare il suo male. Ha pensato solo alla sua bambina, che doveva nascere. Ci sono molti momenti di riflessione in questa storia che io non mi permetterò di giudicare, perché ognuno è libero di decidere della sua vita. Nel bene e nel male.
Insieme alla bambina che cresceva nel suo ventre, cresceva la sua malattia e per salvare la neonata, i medici le hanno dovuto fare un parto cesareo alla trentaseiesima settimana. Penelope è nata, ma Gemma dopo ripetute operazioni durate fino al 2016, è morta. Il cancro, perché dobbiamo chiamarlo con il suo vero nome, ha stretto la morsa alla gola. Si era diffuso dappertutto, si era appropriato di una vita senza guardare la vita stessa. Basta parlare di lunga e dolorosa malattia, basta dire male incurabile. Il suo nome è cancro e ancora abbiamo paura di pronunciarlo. Facciamo grandi campagne, fiocchetti rosa, e cuoricini sulle bacheche, ma finché tutte le persone non si rendono conto che il cancro è il nostro compagno, il nostro convivente, non lo combatteremo mai.
Per Gemma “l’unica possibilità di sopravvivenza, in quel momento, era un costosissimo e sperimentale trattamento, che la famiglia della ragazza aveva deciso di finanziare con una raccolta fondi. Anche l’attrice Kate Winslet aveva solidarizzato con Gemma: “Dobbiamo aiutarla, dobbiamo farlo per lei e soprattutto per la sua bimba, che la ama e ha bisogno di lei”. Ma il cancro non perdona. Si è ripresentato con il suo mantello che avvolge tutto. Gioie, dolori, speranza, allegria. Gemma è morta il 14 ottobre. Gemma è morta e Penelope è diventata orfana. In tutta questa storia c’è un solo vincitore: il cancro. E ancora la chiamiamo lunga e dolorosa malattia? Diciamolo che il cancro uccide sempre di più, che nei reparti di oncologia si fa la fila, che non c’è più posto, che di cancro si può “guarire”, attraverso la scienza, i medici, le cure, le chemio, l’immunoterapia, le terapie ormonali. Io non voglio più leggere di una persona lascia la figlia orfana per una scelta di vita. Perché la vita di una figlia che deve essere accompagnata dalle carezze della mamma, dalle sue carezze, dai momenti di confidenza, dai momenti che si stampano negli album della nostra memoria. La cosa peggiore del cancro non è quello che fa a te ma quello che fa alle persone che ami. Ricordiamocelo sempre.

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