A PROPOSITO DI POTERE AL POPOLO

DI FRANCESCA FORNARIO

“Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore”.
Ernesto Che Guevara.

“Lo sapevo che finiva così”
Comunista anonimo.

(Una cosa lunghissima su Potere al popolo! della quale si può fare tranquillamente a meno).

Continuo a ricevere telefonate da parte di tante e tanti che hanno votato e sostenuto Potere al popolo. Artisti, militanti elettori senza tessere come me che ora sono disorientati e amareggiati perché leggono la solita storia della sinistra radicale che si spacca, una storia che si ripete in forma di farsa che si ripete in forma di psicodramma che si ripete in forma di grafico di Matteo Pucciarelli che si ripete in forma di sinistra-radicale-che-si-spacca, ormai consolidato genere a sé, al pari della commedia, la tragedia, il western, l’horror, la fantascienza, il melodramma e il varietà. “La-sinistra-radicale-che-si-spacca” è il genere che li comprende tutti.

Vogliono sapere che cosa è successo.

Spiego sommessamente che, per quella che è stata la mia percezione, è successo che ha prevalso il sospetto sulla fiducia, la paranoia sul ragionamento, la diffidenza sulla capacità di riconoscere gli sforzi compiuti, le insinuazioni sulle discussioni politiche e l’insofferenza sul coraggio.
Sono dinamiche che ho registrato e segnalato con preoccupazione da mesi, che mi hanno messo a disagio e che alla fine hanno prevalso.

Per onestà intellettuale, confesso che mi capita spesso di veder prevalere le cose che mi mettono a disagio su quelle che invece mi entusiasmano, quindi magari è un problema mio che tendo a entusiasmarmi per cose destinate a soccombere. Ho visto prevalere la Lega, il mito della meritocrazia, la chillout sparata in strada dai dj all’ora di cena (tra parentesi, siete tutti disoccupati o sottoccupati: da quali spossanti fatiche, da quali eccessi dovete riprendervi svaccati su una sdraio che ingombra la pista ciclabile alle sei del pomeriggio?). Ho visto prevalere financo i film di vampiri privi d’azione – quelli di soli primi piani dove arriva il vampiro ferito e racconta alla ex che lo ha appena morsicato il lupo mannaro e tu dici EHI, MA FAMMI VEDERE LA RISSA, HAI TAGLIATO LA SCENA? SIAMO AL CINEMA, MICA ALLA RADIO – prevalere sui VERI film di Vampiri che magari entusiasmano solo me, quindi non voglio frenare il trionfalismo e lo slancio di nessuno di fronte all’approvazione dello statuto di Potere al popolo: mi accontento di stroncare agli occhi preadolescenti di mio figlio i film dei vampiri hipster.

Registro solo che io non me la sento di festeggiare, perché per mesi ho confidato in un esito completamente diverso da questo e lavorato per quello.

L’entusiasmo si è andato fiaccando prima del diverbio sullo statuto, di fronte alle insinuazioni e alle offese che volavano durante le nostre discussioni. Le provocazioni e gli insulti rivolti a chi a esprimeva un punto di vista sgradito. La convinzione che lo facesse perché aveva un secondo fine o un mandante e non perché quello fosse realmente il suo punto di vista. Le accuse avvilenti di non aver mai visto un proletario o di frequentare i salotti mosse nei confronti dei compagni di Rifondazione Comunista come se fossero tutti Fausto Bertinotti che mangiava caviale al matrimonio di Valeria Marini. Ho cominciato a partecipare ai coordinamenti in modo discontinuo e certamente ho perso alcuni passaggi. Me ne sono scuso ancora, la vita familiare era parecchio complicata. Però questa era la situazione che già da tempo lamentavo, esplicitando le mie perplessità.

Quelli che mi telefonano e mi scrivono vogliono sapere ora da che parte sto.

Rispondo che sto dalla parte degli sfruttati, sempre quella, come del resto quelli che mi telefonano.
E che sto dalla parte che ha perso, sempre quella anche quella. Che non è la parte dello Statuto 2 che era stato ritirato la sera prima o dello Statuto 1 che è stato votato solo da terzo degli iscritti, è la parte di chi sperava che per una volta ci si riunisse invece di dividersi. Che si facesse fronte comune come in Francia e in Spagna.

Preciso che non è che desiderassi un fronte comune perché sono buonista. Il “buonismo”, seconda più celebre invenzione del Foglio di Giuliano Ferrara dopo l’abolizione della pagine del quotidiano che nessuno fa in tempo a leggere, è, notoriamente, la bontà degli altri.

Auspico un fronte comune di chi in questi anni ha lottato contro le guerre, le discriminazioni, l’aumento dell’età pensionabile, le privatizzazioni, la Bossi-Fini, il Ttip, il Ceta, i condoni, il pareggio di bilancio in Costituzione, i trattati europei, la Nato, la Buona Scuola e il Jobs Act e i decreti Minniti-Orlando-Salvini e via così perché mi sono sempre orientata in base al principio che le persone sono quello che fanno.

A dividere le persone e le forze politiche in fronti contrapposti non è quello che dicono ma quello che fanno e che hanno fatto. Quelli che combattono sullo stesso fronte, che combattono le stesse battaglie, sarebbe utile che le combattessero insieme. Non è buonismo e nemmeno bontà, è semplice buon senso.

Rifiuto però l’accusa di battermi per la cosiddetta “Unità della sinistra” intesa come quella che va da x a y, dove x e y sono Ferrero e Bersani piuttosto che Papa Francesco e Emma Bonino a seconda di chi scrive l’appello all’unità, o Burioni e Moscovici se sei alla Leopolda 2018.

Non ho mai auspicato un’accozzaglia di sigle e persone che hanno fatto cose diametralmente opposte favorendo interessi contrapposti. Al contrario, pensavo e penso che per essere credibili e convincenti debbano coalizzarsi quelli che hanno combattuto le stesse battaglie.

Per esempio, oggi Alfredo D’Attorre viene a spiegare alla sinistra radicale che dobbiamo riprenderci la sovranità nazionale e lo fa dopo aver militato nel Pd di Bersani che votava a favore del pareggio di bilancio in Costituzione e dopo aver votato il Jobs Act. Ecco, se Alfredo D’Attorre ha cambiato idea sono contenta per lui, perché una delle cose più belle della vita è ricredersi, e lo dico perché una volta non mangiavo la cioccolata fondente, credevo nella resurrezione dei corpi e ascoltavo Umberto Tozzi (a otto anni, ma non la considero una valida giustificazione).

Però non mi metterei a ricostruire la sinistra radicale o quello che è al seguito di chi l’ha demolita facendo cose di destra, perché sarebbe come rifare i Greatful Dead con Povia, ammesso che abbia senso rimettere insieme i Greatful Dead o la sinistra radicale. Che poi magari ti ritrovi che hai riconquistato la sovranità nazionale per cancellare sovranamente articolo 18, e allora era meglio prendere schiaffi dalla Troika, almeno potevi lamentarti che nessuno l’aveva votata.

Cito D’attore e il sovranismo – la sovranità degli altri – perché avrei preferito discutere apertamente in coordinamento e nelle assemblee e dividerci semmai sull’Europa, sul senso della sovranità e del controllo della moneta, condizione necessaria ma non sufficiente se la valuta è in mano a chi vive di rendita come lo sono la Sterlina o il Dollaro. Mi sarebbe piaciuto accalorarmi dicendo che PIU’ DELLA META’ DEI SENATORI DEGLI STATI UNITI SONO MILIONARI! APPARTENGONO ALL’UNO PER CENTO CHE DETIENE IL 90 PER CENTO DELLA RICCHEZZA! IL PROBLEMA NON E’ LA VALUTA, IL PROBLEMA E’ IL CAPITALISMO! ma non mi dilungo perché non vorrei illudere chi ha sostenuto e votato Potere al popolo senza conoscerne le dinamiche interne che è di simili questioni che si è discusso e sulle quali ci si è divisi invece che sullo statuto.

Il nostro scopo, dicevo durante una delle prime assemblee di Pap – è di unire chi lotta per conquistare alla lotta gli arresi, per far sì che la lotta non sia più un privilegio di noi pochi, dentro e fuori Potere al popolo, ma un diritto di tutti.

Riunire il fronte di chi lotta in un partito, in un certo sociale in un sindacato, in qualche altro collettivo o da solo non era il fine, ma il mezzo per essere abbastanza e abbastanza credibili da andare a parlare agli sfruttati là fuori che per sfinimento o per ignoranza o per rabbia non votano o votano qualunque altra cosa. Ma soprattutto, non combattono.

Mi riferisco a quelli che quando li intervisti ti spiegano che va bene se l’azienda mi ha fatto il contratto interinale dal lunedì al venerdì, perché il sabato e la domenica non lavoro e quindi perché mi devono pagare? Ecco, io è proprio per questi che mi batto, perché penso che se la vedi così, se pensi che è giusto che non ti paghino il riposo e le ferie e la malattia, non rischi solo la povertà, che è il minimo, rischi la depressione, rischi di non innamorarti mai davvero, rischi che i figli che farai ti manderanno malamente affanculo o peggio non lo faranno mai, rischi che Ehi, ascolta, non te lo posso spiegare adesso in cinque minuti, piantati qui all’uscita del capannone, PARTENDO DA ZERO, ma sai, se noi fossimo in forze stasera te lo spiegherebbe la tv! Stasera in tv ci sarebbe uno che ti spiega che le ferie e il riposo sono un diritto ma non in modo palloso, eh, ci sarebbe in tv un qualche Monicelli o Ascanio Celestini che ti farebbe venire voglia di ribellarti allo sfruttamento e non un cuoco che si fa cazziare dal capo isterico perché ha sminuzzato l’alloro invece di triturarlo, capisci? CAPISCI CHE I TUOI FIGLI NON DOVRANNO MAI VEDERE QUEL CUOCO MORTIFICARSI E CHIEDERE SCUSA AL CAPO CHE LO MALTRATTA? È DI VITALE IMPORTANZA, SPEGNI QUELLA CAZZO DI TELEVISIONE, LO CAPISCI??

No. Perché in tv c’è l’Isola degli ex fidanzati dei cugini famosi e in fabbrica non c’è il sindacato e se c’è è corrotto e se non è corrotto ce ne sono tre che litigano tra loro e se non litigano il padrone fa fuori il delegato bravo con la scusa del cambio appalto e comunque, tempo che il delegato bravo mi ha spiegato cosa prevede il mio contratto, il mio contratto è scaduto e la colpa è degli stranieri che mi rubano il lavoro, lo ha detto la tv dove in prima serata sono anni che c’è Salvini e non Celestini o Monachelli, vabbé, Monicelli, come te pare, e ora scusami che sono già passati tre minuti e la mia pausa-pranzo è finita.

Per questo volevo fare la colla del fronte che lotta. Ho assistito invece alla lotta all’interno del fronte che si è sfaldato perdendo pezzi, pur conquistando qualche punto percentuale nei sondaggi.

In genere sono abbastanza brava a esaltarmi con poco tipo E’ USCITO IL NUOVO FILM DI SPIKE LEE!!! Stavolta, però, nemmeno la crescita di Potere al popolo nei sondaggi mi galvanizza a sufficienza, perché non è del consenso – non di un consenso residuale – che c’è bisogno per modificare i rapporti di forza ma di un’organizzazione capillare e coesa.

Nemmeno ho festeggiato per l’esito delle votazioni sullo statuto, un esito che considero deludente e che davo per scontato dopo la decisione dei proponenti dello statuto 2 di ritirarlo poiché i proponenti dello statuto 1 non avevano voluto pubblicarne il preambolo e dopo la decisione del resto del coordinamento di procedere comunque al voto. Lo scrivo per dare l’opportunità alle centinaia di migliaia di elettori di Potere al popolo che non sono tra i novemila iscritti di rileggere sei volte questo capoverso e alla fine esclamare ”Eh?”.

Ho cercato di scongiurare la rottura associandomi alle richieste di Roberto Musacchio e Marina Boscaino e a quella di Eleonora Forenza di fare un passo indietro per permetterci di farne altri avanti insieme invece che divisi.

Non l’ho fatto perché parteggiavo per uno dei due statuti o per una delle due parti proponenti.

Parteggiavo per tutte e due le parti, non mi soddisfaceva nessuno dei due statuti, li avrei accettati entrambi, trovo conferma da parte di chi ha seguito la vicenda senza appartenere a uno dei gruppi promotori che dall’esterno non veniva affatto percepita una proposta come più “movimentista” e l’altra come più “partitica” o “incline agli scopi reconditi di Rifondazione Comunista”: ho constatato che anzi, pure chi ha una laurea in giurisprudenza e sa rilevare alla prima occhiata del testo ogni profilo d’incostituzionalità dei decreti Minniti-Orlando-Salvini, non è che ci abbia capito molto degli statuti e del perché erano due e non uno e del perché poi era uno e non due.

Parteggiavo per Potere al popolo e nemmeno questa appartenenza esaurisce il mio parteggiare, essendomi battuta, come molte e molti aderenti di Potere al popolo, per tante lotte che si combattono anche in altri contesti e con altri soggetti.

Mi dispiace che solo oggi che è troppo tardi per porre rimedio si ammetta che sì, si poteva pubblicare il preambolo per evitare che quel gesto giustificasse il ritiro dello statuto 2 da parte di Rifondazione; sì, si poteva chiedere scusa per l’insulto ai membri del coordinamento che si erano spesi per quella proposta di statuto pur senza appartenere a Rifondazione, sì, si poteva… non so dire se e cosa sarebbe stato necessario, tutto è accaduto quando il clima era ormai avvelenato, i rapporti di fiducia incrinati.

Mi dispiace, perchè registro che ci sono tante e tanti che sono come me sconfortati all’idea di doversi schierare alternativamente con Giorgio Cremaschi o con Maurizio Acerbo piuttosto che con Salvatore Prinzi o con @Eleonora Forenza, dopo che tutti insieme avevano sottoscritto il programma di Potere al popolo. Sono sconfortati perché lo scontro non è personale ma politico e perché saremo comunque tutte e tutti fieramente schierati contro Salvini, Di Maio, Renzi e Berlusconi. A cominciare da oggi, sabato 20, al corteo contro il governo e per le nazionalizzazioni.
Ammetterete che, dall’esterno, i trecentomila che hanno votato Potere al popolo, pensano: “Questi lo fanno per far divertire Matteo Pucciarelli”.

Mi sono battuta fino all’ultimo, votando in coordinamento a favore della proposta di Eleonora Forenza, per tenere aperto uno spiraglio di dialogo. L’ho fatto perché pensavo e penso che quello che ci unisce sia di più e più importante di quello che ci divide e che quello che ci divide debba distinguerci ma non separarci.

Separarci mentre Di Maio e Salvini si uniscono per abbassare le tasse ai ricchi, legalizzare il lavoro gratuito, mantenere intatto l’impianto del Jobs Act, perseguitare i migranti, ratificare i trattati, concordare le nomine tv con Berlusconi.

Separarci mentre chi sfrutta le lavoratrici e i lavoratori come sempre si unisce, perché a unirli è un comune interesse e una comune visione del mondo evidentemente ormai più decisiva per loro della nostra per noi.

Un mondo, il loro, che non è diviso tra sfruttati e sfruttatori ma tra italiani e stranieri. Un mondo dove i poveri meritano la loro condizione subalterna perché non hanno voglia di rimboccarsi le maniche, i ricchi meritano il successo e il potere perché hanno fatto sacrifici e saputo fare impresa, e mai nessuno che ti spieghi, di preciso, in che cosa consistano questi “sacrifici”. Che sacrifici hanno fatto Renzi, Boeri, Berlusconi, Di Maio, Salvini? Hanno lavorato in catena di montaggio? Studiato al freddo dopo il lavoro perché con la paga si potevano comprare i libri o la legna e hanno scelto i libri come ha fatto Di Vittorio? Fatto carriera anche se erano figli di contadini? Calenda, il braccio destro di Montezemolo, il candidato del partito di Monti che oggi vuole risollevare il Pd, è stato rimandato in duecento materie e bocciato, si è tatuato uno squalo sul braccio mentre era ubriaco, ha messo incinta una compagna di scuola quando andava al ginnasio e lo so che sto andando fuori tema, chiedo scusa, mi succede tutte le volte che parlo delle divisioni interne alla sinistra, dovrebbe esserci uno studio scientifico che dimostra che la soglia di attenzione di un individuo quando si parla delle divisioni della sinistra radicale è pari a quella di Salvini di fronte alle immagini del naufragio di un gommone carico di profughiE NOI QUI A DIVIDERCI!

Cosa farò adesso? Continuerò a battermi con quelli che si battono, dentro e fuori Potere al popolo, che oggi e domani si riunisce a Roma.
A battermi per modificare i rapporti di forza ma anche per modificare i rapporti e basta. I rapporti tra noi.
Perché la relazione tra quelli che combattono le stesse lotte non può alimentarsi di continue insinuazioni e degenerare nell’insulto. È un atteggiamento ingiusto e controproducente.

Non che gli insulti mi spaventino: me ne becco a quintali quando scrivo, sono in radio o vado in tv. Serva del Pd, serva di Grillo, serva di Salvini a seconda che io attacchi Grillo o Renzi o Merkel. Il mio preferito resta Sgarbi che accusa la mia defunta nonna di aver fatto le orge e i pompini quell’unica volta che mia madre mi ha visto in tv.
Incasso e reagisco senza scompormi.

Sono gli insulti tra compagni che non tollero.

Non li tollero non per una questione di buona creanza. Ritengo anzi la cosiddetta “buona educazione” alquanto sopravvalutata. Mi hanno insegnato come si beve senza fare rumore, come si mastica con la bocca chiusa, come ci si puliscono le labbra con il tovagliolo senza sporcare il tovagliolo (Il galateo è l’utopia opposta al Comunismo). Mi sono guardata bene dall’insegnare queste maniere forbite a mio figlio perché non voglio che i suoi modi mettano a disagio i suoi compagni di oggi e di domani e tantomeno che lui possa a sentirsi a disagio se i suoi commensali puntano i gomiti sul tavolo, alzano la voce, danno dello stronzo a Salvini. Non voglio che il suo contegno sia escludente, voglio che riconosca come unico privilegio quello di essere stato amato e accudito e lasciato libero. Voglio per questo che impari a praticare il conflitto con i nemici e la discussione con i compagni e a distinguere gli uni dagli altri.

Ho del resto il privilegio di aver instaurato legami profondi con tanti sfruttati, profughi, lavoratori licenziati per il loro impegno sindacale e costretti a dormire in macchina, di tanti proletari in lotta che avrebbero l’alibi della disperazione per insultare i compagni quando non sono d’accordo con loro e che invece insultano solo i padroni. Dunque, non penso che insultare e perdere le staffe sia sintomo di adesione agli ideali della lotta di classe e che sia più proletario o vicino ai proletari chi sbrocca quando parla con un compagno, altrimenti Sgarbi sarebbe Gramsci.

Non tollero che si insultino i compagni per una questione di rispetto e di riconoscenza per le lotte che ciascuno ha combattuto e, a margine, per una questione tattica che spiega bene la mia amica e compagna insegnante Cecilia Alessandrini quando, il primo giorno di scuola, esorta i suoi studenti a stropicciare un foglio di carta e poi li invita a distenderlo, mostrando loro che non torna più liscio come prima. Cecilia dice che questo è quello che succede a noi esseri umani quando torniamo a parlarci dopo esserci insultati. Restano i segni.

Mi chiedono che cosa faremo adesso.

Continueremo a fare la stessa cosa. Continueremo a combattere dalla parte degli sfruttati, chi dentro chi fuori Potere al popolo. È quello che mi sento di dire pensando a tutte le compagne e i compagni che ho conosciuto in campagna elettorale.
Pensando a voi, faccio pure fatica a figurarmi oggi un “dentro” e un “fuori” Potere al popolo. Perché, per come l’ho visto e vissuto, Pap era per me l’insieme composto da giovani e vecchi che uniti raccoglievano le firme, aprivano le Case del popolo o trasformavano in “Casa del popolo” la sede del partito, si vestivano da Babbo Natale e da Befana per volantinare contro l’apertura dei negozi durante le festività. Era l’insieme di militanti con diverse appartenenze che combattevano dalla stessa parte della barricata.

Mi chiedono se sono pentita.
No.

Mi vengono in mente decine di ottime ragioni per le quali lo rifarei, e sono tutte compagne e compagni conosciuti e conosciuti meglio in campagna elettorale e nei mesi successivi. Vi ringrazio, uno per una, uno per uno. Qualunque statuto abbiate deciso di votare o non votare, confido che ci ritroveremo nelle lotte. In fondo, era quello che andavamo dicendo: “Uniti siamo tutto, divisi siam canaglia”.

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