AFGHANISTAN GUERRA INFINITA, IL PAESE DEL VOTO SOTTO SCORTA ARMATA

DI ALBERTO TAROZZI

Elezioni in Afghanistan a dimostrare che 17 anni di guerra sono serviti a qualcosa.
Giova forse ricordare che quella guerra venne decisa come atto di rappresaglia per i 2000 morti delle Twin Towers a New York. All’incirca il numero dei morti civili in Afghanista,, ma attenzione, SOLO i morti dei primi sei mesi del 2018.

Rappresaglia quindi con un rapporto di perdite che supera di molto le 1 a 10 di infausta memoria.
Qualcuno difese quella decisione sostenendo che altro non si poteva fare.
Oggi dopo 17 anni filati di bombe e attentati bisognava dimostrare che qualcosa era cambiato.
Cosa meglio di una bella tornata elettorale blindata da 70mila uomini in armi. Voto sotto scorta armata.
La pace sarebbe così tornata a Kabul, assieme alla democrazia, al taglio delle barbe e ai diritti delle donne che tanto fecero fibrillare di gioia, non dimentichiamolo, Bonino e compagnia cantante.

La parola ai fatti: in un giorno 50 morti, 100 feriti in attentati, senza dimenticare quanto successo nel Kandahar, dove un attacco dei talebani ha causato il decesso immediato di tre esponenti delle istituzioni locali e ha costretto al rinvio delle elezioni di una settimana, in quella regione.

L’ordine regna altrove, tranne che a Kabul e dintorni.
Un successo viene ritenuto il voto di 4 milioni di persone sugli 8.800.000 aventi diritto. Questione di punti di vista, considerando il clima politico forse sì, considerando lo schieramento dei militari un poco di meno.
I risultati? Questione secondaria, tanto è vero che si sapranno solamente in dicembre e nel frattempo non risulta che la curiosità per gli esiti costituisca la più grande preoccupazione degli afghani.
Nel frattempo assisteremo a dichiarazioni sul ritiro delle truppe. Oggi, no. Domani forse…ma dopodomani.

A proposito, da quelle parti ci siamo anche noi, ad aspettare che passi la nottata. Ma la luce più abbagliante che sia dato di scorgere è quella delle bombe

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