CAPITINI, DOMENICO LUCANO E NOI

DI VANNO CAPOCCIA

Aldo Capitini è morto il 19 ottobre di cinquanta anni fa e in quest’anno capitiniano leggendo quello che succede nel nostro paese mi sono chiesto spesso cosa avrebbe fatto nei tempi che siamo costretti a vivere.

Ho pensato al rapporto che ha sempre cercato con i giovani (la prima persona alla quale spedì “Le tecniche della nonviolenza” fu la giovane Joan Baez) e credo che avrebbe apprezzato quanto fatto da Raffaele Ariano, ricercatore universitario, che ha denunciato un episodio di razzismo sul treno della Trenord e dalla diciannovenne Elena che ha riferito di un fatto analogo avvenuto nell’autobus dove si trovava.

Episodi minimi di resistenza umana che hanno avuto una reazione violenta da parte di razzisti italiani e tanta indifferenza. Mentre indifferente non sarebbe rimasto il rivoluzionario nonviolento perugino che non accettava “di vedere che ce ne stiamo con le mani in mano” di fronte alla violenza, come non avrebbe sopportato quella esercitata contro i bambini di Lodi costretti a mangiare separati dagli altri.

Sono anche convinto che Capitini avrebbe appoggiato il sindaco di #Riace Domenico Lucano per la sua azione a favore degli ultimi della terra, cercando un rapporto diretto con lui per conoscere la sua esperienza ed avere uno scambio di opinioni e pensieri. L’avrebbe fatto come lo fece con Danilo Dolci quando, venendo a sapere che in Sicilia c’era un giovane nonviolento in sciopero della fame a favore di diseredati siciliani, gli scrisse intrecciando una fitta corrispondenza.

Capitini e Domenico Lucano due uomini diversi (molto diversi) accomunati dal fatto che nessuno dei due, com’è scritto nel capitiniano Colloquio corale, aveva “fatto la pace col mondo” perché non si può fare la pace col mondo finché nel mondo c’è razzismo, disperazione, fame e guerra.