CHIEDERE SCUSA AI “GIOVANI” DI SALO’ ?

DI RENATO FIORETTI

Leggo che Erna Solberg, premier della Norvegia, ha pubblicamente rivolto le scuse ufficiali alle concittadine che, durante e dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, furono punite e ricoperte di disprezzo per il fatto di avere intrecciato delle relazioni affettive con gli occupanti tedeschi.
La notizia ha offerto, alla collega Monica Lanfranco, autorevole blogger di “Micromegablog”, l’occasione per evidenziare che alla fine, sebbene dopo oltre settant’anni, il governo ha colto l’occasione per sanare atti di palese ingiustizia. Contemporaneamente, ha rilevato che molti casi, più o meno simili, con le donne additate quali “traditrici della patria” e – nell’immediato dopoguerra – rapate a zero, erano avvenuti anche in Italia.
Prima conseguenza della sua analisi era, quindi, la considerazione secondo la quale l’Italia “avrebbe molto da imparare dalle scuse della Norvegia alle donne”!
Personalmente, ho avvertito l’esigenza di manifestare un profondo dissenso.
Naturalmente, condividevo pienamente l’apprezzamento al politico che, in rappresentanza di un governo eletto democraticamente, ritenesse suo dovere (morale e civile) chiedere scusa per un’ingiustizia perpetrata, dallo Stato, a danno di un singolo cittadino
Però, ciò che è lecito in linea di principio, non può, legittimamente, essere traslato nella generalizzazione dei casi.
In questo senso, ho ritenuto che l’autrice dell’articolo avesse intrapreso un sentiero sin troppo tortuoso e, soprattutto, ricco di contraddizioni.
Lo stesso percorso lungo il quale – fallacemente, a mio parere – si avviò Luciano Violante quando, nel corso del  discorso d’insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati, affermò, tra l’altro, che bisognava fare uno sforzo e cercare di “capire le ragioni per cui tanti ragazzi e soprattutto tantissime ragazze, quando era chiaro che il regime della Repubblica sociale sarebbe crollato, si schierarono da parte dei vagoni piombati e non della libertà!”
In sostanza, a mio avviso, il dato importante (direi, dirimente) è rappresentato dalla profonda (ed incolmabile) differenza che esiste tra chi – prima o dopo la proclamazione della Repubblica di Salò, non fa alcuna differenza – si schierò con l’una o l’altra parte.
Sin troppo facile, al riguardo, far rilevare (ai distratti ed ai revisionisti a qualsiasi titolo) che, per ogni donna, giovane o meno che fosse, che ritenne “utile” e/o normale mantenere rapporti – anche di natura affettiva e amorosa, che, per una donna, di norma, equivalgono a una contemporanea attestazione di stima e rispetto nei confronti del compagno fascista o nazista – ce ne furono migliaia di tante altre che, pur patendo le terribili condizioni di guerra, fecero una scelta diversa. A queste va il mio massimo rispetto!
Così come, per tanti “ragazzi e ragazze” che aderirono alla Repubblica Sociale, ve ne furono – per fortuna e nostro vanto – tantissimi altri che scelsero una strada diversa.
A questo proposito, il pensiero va, in particolare, alle decine di migliaia di giovani combattenti italiani (tra questi, mio padre Ugo, classe 1921) – evidentemente coetanei dei c.d. “giovani” di Salò – che, all’indomani dell’8 settembre del ’43, alla Repubblica Sociale preferirono, addirittura, la deportazione, le privazioni e le sofferenze dei campi di prigionia tedeschi. Senza dimenticare coloro che languivano nelle carceri (tra questi, mio nonno Renato) o ai vari confini, con l’unica colpa di preferire la libertà alla tirannide nazi/fascista.
Normale, credo, a questo punto, rilevare che se, per caso, a qualcuno dei nostri attuali governanti, venisse in mente di emulare l’iniziativa della Premier norvegese, si realizzerebbe (questa volta sì, in modo irreparabile) un’incredibile e tragica mancanza di rispetto nei confronti di milioni di vittime – da qualsiasi angolazioni le si guardi – di eroi e di normalissimi uomini e donne che l’oppressione nazi/fascista la patirono sulla propria pelle; senza eccedere e scadere nelle “fraternizzazioni”!
Per dirla tutta: c’è da prendere atto che quelle donne, alle quali – per quanto ci riguarda – Monica Lanfranco pretenderebbe porgessimo ufficialmente delle scuse, non hanno mai avuto nulla da spartire con altre donne “costrette” perché violentate. Le due fattispecie, che lei accomuna, rappresentano, piuttosto, un vero e proprio ossimoro.
La collega riporta, inoltre, il caso di una giovanissima ragazza, appena tredicenne, giustiziata dai partigiani perché sospettata di collaborazionismo con i nazi/fascisti.
L’articolo in questione si conclude con l’accusa – rivolta ai partigiani – di aver operato un feroce femminicidio.
Anche qui, però, il dissenso è assoluto.
Rispetto alla tragica morte di una bambina tredicenne, non si può, di certo, rimanere impassibili.
Spero, però, di non essere tacciato di bieco cinismo se affermo che, se confermata l’accusa di essere una collaborazionista – con tutto ciò che ne scaturiva; nel senso di denunce che conducevano i malcapitati nelle carceri fasciste, se non, addirittura, nei campi di sterminio tedeschi e/o dinanzi a un plotone d’esecuzione – paragonare un vero e proprio “atto di guerra difensivo” (foss’anche deplorevole, perché a danno di una ragazza giovanissima) a un odioso femminicidio è azzardato e, direi, finanche paradossale.

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