“I BASTARDI DI PIZZOFALCONE” ATTRAVERSO GLI OCCHI DI ALESSANDRO D’ALATRI

DI RENATA BUONAIUTO

Continuano gli ascolti da capogiro per “I Bastardi di Pizzofalcone”, la fiction di RaUno, firmata Maurizio De Giovanni. Stesso cast, Alessandro Gassman nel ruolo dell’ispettore Lojacono, Carolina Crescentini l’affascinante pm. Laura Piras e così via. Alla sceneggiatura l’impareggiabile contributo dello stesso autore del romanzo. Nulla di nuovo dunque, se non fosse per l’ingresso di Alessandro D’Alatri, un regista già noto al grande schermo, che sta con il suo tocco rendendo ancor di più napoletana questa serie.
Alessandro D’Alatri nasce a Roma il 24 febbraio del 1955, i suoi esordi sono in veste di attore, a 14 anni prende parte al film “Il ragazzo dagli occhi chiari”, prosegue con “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio de Sica, in teatro lo vediamo impegnato ne “Il giardino dei ciliegi” guidato da Luchino Visconti, mentre sul piccolo schermo lascia il suo contributo nella realizzazione di film come: “I fratelli Karamazov”, ma è la regia che maggiormente lo intriga ed appassiona.
Vince il David di Donatello ed il Ciack d’oro con il suo film d’esordio “Americano Rosso”, passa a dirigere Kim Rossi Stuart, in “Senza pelle” e Fabio Volo, in “Casomai”, “La febbre”. Per la televisione segue la realizzazione di un videoclip “Ancora qui”, di Renato Zero. Una certezza per la Rai, anche se lui ammette: “Mi tremavano le gambe quando mi è stata proposta questa nuova avventura”.
Le sfide però gli piacciono e non si tira di certo indietro.
Un’esperienza colta al volo ma come tu stesso hai dichiarato: “Con tanti motivi accattivanti”, le storie di De Giovanni, che ben conoscevi ed apprezzavi, un cast di tutto rispetto e…Napoli una città che porti nel cuore. Su cosa hai puntato per rinnovare e al tempo stesso confermare il successo della precedente edizione?
Era un’esperienza difficile ed ho esitato un attimo, ci ho voluto riflettere, era un grande successo editoriale e di pubblico, dopo aver avuto rassicurazioni da Carlo Carlei, che mi confermava di non poter portare avanti quest’avventura per altri impegni pregressi, ho deciso prima di tutto di immergermi nuovamente nella lettura dei romanzi, per mantenere lo standard preesistente ed al tempo stesso creare una mediazione del linguaggio e renderlo cinematografico. Questo io Io avevo già fatto nel film, l’ “’Americano Rosso”, ma una cosa è un film una cosa è una serie per la televisione, per giunta in seconda “stagione”, dovevo mantenere la barra narrativa con stile RaiUno, con un pubblico di forbice vasta e poi c’era Napoli da far “trasudare” in ogni fotogramma della storia e del racconto. Questa è stata la cosa fondamentale ed innovativa. Anche i lettori hanno riconosciuto questa freschezza, questa “napoletanità”, specie i napoletani che ripetevano “ci sembra di essere sotto casa”.
Napoli è una terra che offre infiniti spunti, estetici, umani, sociali. Qual è stata la scala di valutazione con la quale ti sei rapportato e in che modo l’hai sviluppata? Cosa volevi tirar fuori dalla città e che difficoltà hai incontrato?
“Le difficoltà non erano legate alla città ma alle tecniche della televisione. Fare 100 minuti ogni 3 settimane e due giorni significa fare un film, in meno di un mese, quindi lavorare sulla velocità, rapidità. A tutt’oggi , quando vedo le puntate, mi domando come ho fatto, quello che mi ha salvato è che questa serie è la “summa” di tutte le mie esperienze professionali, dentro ci ho messo tutte quelle capacità che ho accumulato facendo teatro, film, pubblicità, documentari, videoclip. Era il compendio della mia carriera. Una bella scommessa da questo punto di vista, ogni giorno portavo a casa 11/12 pagine di copione . La città in questo mi ha invece aiutato, mi ha dato un’agilità produttiva incredibile, i napoletani sono persone “tolleranti”. Il cinema è ingombrante , quando arrivavamo per strada le bloccavamo, chiedevamo il silenzio, facevamo una sorta di “violenza” al territorio, ma il napoletano ha ancora una curiosità è ancora affascinato da questo mondo e si mostrava accogliente. Del resto per me questa città è la capitale dello spettacolo e della cultura del nostro paese. Io sono stato a Napoli circa due anni , ho girato “In punta di piedi”,prima dei “Bastardi” ed ho costruito una quantità di rapporti sociali. Ho scoperto che sia a Napoli che nella periferia da San Giovanni a Teduccio, San Giorgio a Cremano, Scampia ecc. esistevano decine di scuole di recitazione, ho un’agenda piena di nomi di attori, poeti, artisti, pittori. Ero in radio stamattina e dicevo “gli attori a Napoli sono come il petrolio nell’Arabia Saudita!”. Ed anche in questo dunque Napoli mi ha favorito, perché tenevo moltissimo a lavorare sul cast di puntata. Sul cast di serie avevo già un eredità meravigliosa, attori davvero straordinari ma non volevo si creasse uno scalino qualitativo, per questo ho visionato circa 1300 attori, proprio per creare una certa omogenità“.

Il fascino dei “I Bastardi di Pizzofalcone” sta oltre alla scelta delle location, anche nella capacità di leggere le emozioni dei protagonisti, trasformandole in parte integrante della narrazione, talvolta sovrapponendosi ed arricchendola. Come hai affrontato questo tema?
Quando faccio un lavoro lo faccio amandolo ed ogni componente del progetto cast artistico o tecnico che sia, diventa per me un rapporto d’amore. Anche in questo Napoli mi ha aiutato, perché è passionale è una città che ti accoglie, lo ha nel suo DNA l’accoglienza. Nei secoli si è creata una stratificazione culturale, non dimentichiamo che da qui sono passati, greci, normanni, romani, spagnoli… Napoli è un palcoscenico perché viene da questa sua multicultura, è un laboratorio come Manhattan ed in tutte le sue manifestazioni questo traspare. E’ bello anche passeggiare per le strade e percepire le differenze etniche, antropologiche, si avvertono queste peculiarità ed è bello riuscire ad esprimerle. Per me che faccio questo lavoro essere a Napoli è un po’ come portare un bambino a Disneyland”.

Un’esperienza che ti ha consacrato regista “completo”, pensi di ripeterla e se si, cosa potresti aggiungere, quale altra “immagine”, credi di poterci regalare?
Ho un nuovo lungo progetto che mi riporterà a Napoli, in questa città entrata prepotentemente nella mia vita, resterò almeno un anno, anche perché non abbiamo toccato ancora l’aspetto culinario. Napoli è un caleidoscopio dal punto di vista gastronomico si passa dalla pasticceria al classico ragù, poi ho scoperto la zona Flegrea, Bacoli, l’Anfiteatro di Pozzuoli, luoghi incantevoli. Ma c’è una cosa che mi commuove più di ogni altra, Napoli è l’unica città che da sola si è liberata dei nazisti, senza bandiere, del resto è l’unica ad aver ottenuto la medaglia d’oro in Europa per essersi liberata da sola“.