SERBIA VINCENTE NELLA PALLAVOLO, MA ACCERCHIATA IN POLITICA. COSA SUCCEDE IN MACEDONIA E KOSOVO

DI ALBERTO TAROZZI

“Ha vinto la Serbia, che raccoglie i cocci di una guerra mai realmente finita”. Recita così un post ormai virale di Maurizio Monte, a commento della vittoria mondiale della nazionale serba di pallavolo femminile contro le azzurre.

Ma al di fuori del mondo dello sport Belgrado rischia oggi l’accerchiamento. Un accerchiamento che prende il nome di chi, di quella guerra mai finita contro la Serbia, si era reso protagonista: la Nato.
Dopo che il Montenegro nei mesi scorsi aveva aderito all’Alleanza atlantica, è adesso il fronte sud del paese che scivola nemmeno troppo lentamente verso la Nato o che, già collocato da quella parte, assume comportamenti sempre più ostili a Belgrado.

Skopje, capitale della Macedonia, un referendum aveva appena negato il cambiamento del nome in Macedonia del Nord, che intendeva sì appianare una disputa millenaria con la Grecia, ma che conteneva, come appendice velenosa un abbinamento fuor d’ogni logica tra riconciliazione coi greci e entrata nella Nato.
Non erano mancate lamentele che avevano parlato di pressioni russe volte a fare propaganda contro un governo filo occidentale e a favore di una collocazione del paese contro la Nato. Dopo di che, colpo di scena, il parlamento macedone si fa forte di una clausola definita in precedenza e vota in maniera decisiva a favore del cambiamento di nome (e della Nato). Raggiunta la maggioranza richiesta, ma del tutto imprevista, dei due terzi. Pressione, questa volta dell’occidente, sui 9 parlamentari che hanno cambiato opinione all’ultimo momento? Macché, evidente conversione suggerita dallo Spirito Santo.

Partita non del tutto chiusa, perché l’accordo va convalidato anche dal parlamento greco e neppure lì i giochi appaiono scontati, ma un passo non piccolo per l’allineamento dei macedoni sul fronte Nato è stato compiuto, con probabil chiusure alla Russia per quanto riguarda il passaggio di eventuali gasdotti collegati all’oriente,
Accordo tra Grecia e Macedonia (del Nord) dunque in funzione filo Nato, a coprire il fronte sud dei Balcani.

Già solo per questo Belgrado non gioisce, visto che il suo obiettivo rimane una condizione di equidistanza da Mosca e dagli occidentali a rinverdire una politica di non allineamento che risale ai tempi di Tito.

Ma non basta. Una possibilità di accordo della Serbia col Kosovo che prevedeva uno scambio di territori e, con esso, un tentativo magari velleitario, di risolvere in tal modo la poliennale vertenza tra Belgrado e Pristina è fallito. A ostacolarlo soprattutto, da parte kosovaro albanese, l’ala governativa dei “guerrieri”, capeggiata da un premier, Haradinaj, con un passato inquietante negli anni della guerra. Un accordo difficile da gestire localmente, ma che pareva voluto anche da Washington e da Mosca. Sfumata l’intesa, i falchi del governo kosovaro alzano la voce.
Proclamano a larga maggioranza, in parlamento, la prossima istituzione di un esercito nazionale kosovaro. Forza di sicurezza internazionale non più gradita e prospettiva di affidare la “protezione” delle minoranze serbe del paese a soggetti che fino a non molti anni fa erano dediti alla loro persecuzione. Un’operazione che oltre tutto violerebbe la Costituzione, che per tale fine richiederebbe il voto favorevole della maggioranza dei due terzi dei rappresentanti serbokosovari in parlamento.

Belgrado ha un bell’adirarsi, parlando di atto ostile e di provocazione. Quando la Nato prende la parola sull’episodio pare dissolva i dubbi fin qui manifestati sulla operazione. Il comunicato suona così “Il ritiro delle truppe Nato presenti in Kosovo non è al momento all’ordine del giorno. Tuttavia, la recente decisione delle autorità di Pristina diretta a rafforzare l’autosufficienza militare del Paese produrrà inevitabilmente conseguenze sul nostro contingente stanziato in territorio kosovaro”.

Se tutto va bene la Nato se ne andrà e i falchi di Pristina avranno via libera. Se tutto va bene siamo rovinati, pensano a Belgrado.

Dal Kosovo alla Macedonia, con alle spalle la Grecia, si completerebbe l’elemento-sud di una tenaglia della Nato. A completare il muro contro muro di una Croazia ipernazionalista e antiserba a nord.
Ma non è scontato che Putin resti a guardare e a dirla tutta, neppure la Merkel dovrebbe essere soddisfatta.