DALL’ITALIA AL BRASILE LA FINE DELLE IDEOLOGIE

DI PAOLO DI MIZIO

Nascono le ideologie ‘implicite’, i nuovi partiti non inquadrabili nelle famiglie politiche del ‘900

Le ideologie non esistono più. Esistono le ideologie implicite. Quelle di una volta, esplicite, chiare, etichettate, figlie di un pensiero maturato e organizzato nel tempo, oggi quasi non ci sono più. O meglio sono minoritarie e in genere non costituiscono più un riferimento significativo per le scelte politiche dei popoli e dei partiti. Così accade in Italia e così accade in gran parte dei Paesi (non solo d’Europa) che abbiano una cultura politica, per non parlare di quelli che una vera cultura politica non l’hanno mai avuta.

In Italia ha trionfato il Movimento 5 stelle: inutile chiedersi se sia di sinistra o di destra, non è nessuna delle due cose. La Lega? Di destra, ma priva di un’ideologia riconoscibile in quanto tale: quindi definibile di destra solo perché chiaramente non è di sinistra.

Guardate cosa sta succedendo in Brasile, il laboratorio politico più interessante del momento. Al primo turno delle elezioni presidenziali è emerso a sorpresa un candidato avviato a una vittoria ormai quasi certa. Jair Bolsonaro è un personaggio avulso da qualsiasi pensiero sistematico, un ex militare che vola sull’onda delle dichiarazioni più politicamente scorrette: gli indios? I poveri? I gay? L’ambiente? La foresta amazzonica? Il riscaldamento della Terra? Ma che vogliono? Hanno rotto le scatole, hanno avuto già troppo. Questo il tenore delle argomentazioni di Bolsonaro, l’ultimo emergente dei populisti mondiali, una specie di Trump brasiliano con contaminazioni di Rodrigo Duterte, il presidente pistolero delle Filippine.

Le folle brasiliane lo osannano. Lo festeggiano con scene isteriche di gioia, balli, canti e urla di dileggio alla volta degli avversari, soprattutto l’odiata sinistra. Una delle sue promesse in campagna elettorale è: “Appena eletto presidente estraderò in Italia il comunista terrorista Cesare Battisti”.

La sinistra brasiliana ricambia con eguale visceralità. Non per nulla Bolsonaro ha ricevuto una coltellata al ventre mentre stringeva le mani a una folla di sostenitori. Ma se l’è cavata con poco e dopo qualche giorno era di nuovo in giro a tenere comizi e fare promesse roboanti.

Al primo turno delle presidenziali ha ricevuto il 46,1% dei voti, contro il candidato “ideologico” della sinistra, Fernando Haddad, del PT (Partito dei Lavoratori), che dopo 15 anni di governo di sinistra (due mandati di Lula e poi uno di Dilma, bruscamente interrotto dalla destituzione per mano del parlamento) ha incassato un magro 26%. Il ballottaggio si terrà il 28 Ottobre.

Contro la sinistra del PT, dichiaratamente marxista, che pose fine quindici anni fa a un’epoca di regimi militari e autoritari e che ha qualche merito nella riduzione delle differenze sociali e nel sostegno alle masse dei diseredati, hanno agito soprattutto due elementi. Il primo è la corruzione del partito, dilagante a tutti i livelli (ma gli avversari non è affatto detto che siano da meno in questo campo).

Il secondo è una ideologizzazione esasperata. Una volta accettato il sistema capitalista, l’esperimento marxista del PT, quasi in cerca di una compensazione per aver abbandonato il marxismo classico in economia, ha virato sui diritti civili e individuali: insegnamento spinto della sessualità a scuola, spazio a ogni avveniristica apertura in campo sessuale, enfasi sui diritti degli omosessuali, elaborazione di teorie per la disgregazione della famiglia, perfino in qualche caso assoluzione dell’incesto. Che tutto questo provocasse una forte reazione, c’era da aspettarselo.

Ma qualunque siano state le cause locali, gli esempi di partiti post ideologici non si limitano al Brasile. A tutte le latitudini emergono populismi, sovranismi, peronismi, qualunquismi di ogni fatta, dall’Italia all’Ungheria di Orban, dalla Polonia alle Filippine, dalla Russia alla Thailandia (ma l’elenco completo sarebbe lunghissimo). Partiti o movimenti che sono tutto e il contrario di tutto, cangianti secondo le circostanze locali, ma accomunati dal fatto che nessuno di loro è riconducibile alle famiglie ideologiche del ‘900: marxista, fascista, socialista, socialdemocratica, liberale, liberista, cristiano-sociale, neppure riconducibile alle generiche voci di progressismo o conservatorismo. I nuovi vanno incasellati alla voce ‘altro’.

Viviamo dunque nell’epoca delle ideologie sepolte, o meglio implicite, poiché sono prive di esplicitazione argomentativa, non hanno alcun tipo di sistematizzazione razionale, filosofica, ma si manifestano e si estrinsecano esclusivamente attraverso il pragmatismo e relativismo dei loro atti di governo, i quali potranno essere giudicati e inquadrati a posteriori. Nel senso che forse un’etichetta potrà essere affissa più tardi, un bel giorno, ma certamente non oggi.

Poi verrà un tempo – tra dieci anni o venti o anche più, chissà – nel quale forse si tornerà ad orientarsi con la bussola delle vecchie, care ideologie. Per ora, navighiamo tutti senza bussola e non sappiamo dove ci porteranno le correnti. A questo dobbiamo adattarci, per sopravvivere ai tempi.