IL DIRITTO DI SCEGLIERE. DJ FABO

DI PAOLO VARESE

Un attimo, e la vita cambia. Può capitare per un tuffo sbagliato, per una scivolata, oppure, come nel caso di Fabiano Antoniani, per tutti DJ Fabo, a causa di un incidente in auto, avvenuto mentre ci si china a raccogliere un telefono caduto sul tappetino. Un attimo, e tutto cambia, e ci sveglia, ma in realtà gli occhi anche se aperti non vedono, il corpo non si muove. Un attimo e la vita non è più la stessa, anche piangere diventa difficile, il mondo resta chiuso fuori, solo la mente continua a girare. Fabiano era un Dj abbastanza noto, un ragazzo definito ribelle, affamato di vita, di emozioni, e ciò che riceveva lo ricambiava facendo ballare durante le serate in cui era alla consolle. Era riuscito a trasferirsi in India con la sua fidanzata, e da li si spostava ovunque, chiamato per far divertire la gente. Ma una sera, il 13 giugno 2014, il destino lo ha condotto verso una infinita oscurità, che Fabiano non aveva accettato. Cure con cellule staminali, e una mano che dopo mesi di esercizi finalmente si chiudeva. Speranza, sogni, ancora lacrime anche se di gioia, e poi fisioterapia. Ma la speranza era divenuta una pessima cena, e la consapevolezza di non voler più vivere una non vita lo aveva portato a riflettere sull’unica scelta possibile. Valeria, la sua Valeria, iniziò ad informarsi su come fare, dove fare, se era possibile farlo. In Italia c’era già stato un caso che aveva segnato le pagine della memoria, quello di Piergiorgio Welby, su cui si erano divise le persone e le coscienze, per un diritto all’eutanasia negato anche da chi dovrebbe pensare ad alleviare le sofferenze dell’anima. E Valeria si mette in contatto con Marco Cappato, leader radicale e membro dell’Associazione Luca Coscioni, dedita alla libertà per la ricerca scientifica ed altri diritti civili, tra cui il diritto all’eutanasia. Ma in Italia l’unico modo per ottenere la libertà dalla non vita è lasciarsi spegnere, sospendere l’alimentazione, in un lento tragico drammatico decadimento. Un modo di aggirare la legge che Fabiano non voleva prendere in considerazione, esigeva e pretendeva dignità nel suo affrontare quel viaggio, l’ultimo. Ed allora, nonostante gli appelli, malgrado la volontà espressa, alla fine decise di andare in Svizzera, dove non vengono piantati aghi roventi nelle anime dei familiari da parte della legge, delle speculazioni politiche e religiose, dove si comprende quanto possa pesare una scelta simile anche e soprattutto su chi sopravvive. E proprio Marco Cappato accompagnò Fabiano, salvo poi autodenunciarsi una volta tornato in Italia, sopportando il peso di quel 27 febbraio 2017. Una azione compiuta per tutti coloro che soffrono, andando incontro ad un primo processo, per arrivare fino alla Corte Costituzionale, perchè è un tema troppo importante per essere lasciato alle decisioni personali, alle interpretazioni soggettive. All’udienza presso la Consulta hanno voluto assistere anche Valeria, e Mina Welby, oltre al Procurato Aggiunto Tiziana Siciliano, il magistrato che, in seguito alla bocciatura per la sua propostadi archiviazione, ha voluto inviare il caso più in alto di un’aula di un tribunale territoriale. L’accusa su cui ora devono decidere i supremi giudici è quella di violazione dell’art. 580 del Codice Penale, dopo che l’iter processuale ha portato il caso anche in Corte d’Assise. E per il 24 ottobre è attesa la sentenza, il giudizio finale su una vicenda che, come ha sottolineato anche Cappato, la sua azione di disobbedienza civile e di obbedienza ad un dovere morale, serviranno fare chiarezza per altri casi e altre persone che si trovano nella situazione di Fabiano. La richiesta di una apertura mentale particolare, rivolta alla Corte, non era una mancanza di rispetto ma semplicemente la valutazione di situazioni in cui la vita non ha più la qualità del vivere. Che venga sancito il diritto di poter scegliere, non che venga riconosciuto il diritto a morire, perchè in certi casi la vita è semplicemente un fatto automatico, in cui manca il godimento della stessa. Se si considera che in Italia, nel 2017, erano state depositate circa 230 richieste per poter avere diritto alla dolce morte, allora non si potrà evitare di pensare anche ai familiari, ai congiunti, a chi sta accanto a chi non riesce più a non vivere. Le leggi degli uomini non sempre sono fatte secondo giustizia, ma l’ingiustizia è già insita nel non avere il controllo del proprio corpo oppure nell’aprire gli occhi ma continuare a vedere il buio. Il 24 ottobre forse avremo una sentenza che terrà conto della sofferenza del vivere e della pace nel terminare il viaggio chiamato vita.