LA CONSOB “CONFONDE” RISPARMIO CON INVESTIMENTO?

DI PIERLUIGI PENNATI

La notizia è di pochi giorni fa, i giornali titolano con i dati diffusi dalla Consob sul “risparmio” degli italiani, Il Sole 24 ORE afferma “Consob: ancora giù il tasso di risparmio degli italiani, 9,7% a fine 2017”, Adnkronos: “Gli italiani risparmiano meno”, Money: “Italiani bocciati da Consob: risparmio scende, educazione finanziaria”, Professione Finanza: “Consob: italiani bene sui risparmi, non sull’educazione finanziaria”, La Repubblica: “Consob, italiani ancora rimandati in finanza: Solo una famiglia su 3 investe i propri risparmi”, il Corriere della Sera: “Consob: giù il risparmio degli italiani Uno su due non capisce l’inflazione”, L’Unione Sarda: “Cala il risparmio delle famiglie italiane, solo una su tre investe”, Bluerating: Rapporto Consob, Bufi: “Spazi enormi per i consulenti”, etc. etc.

Tutti d’accordo, quotidiani finanziari e non, tutti esperti in puro stile calcistico quando diventiamo tutti allenatori e sappiamo bene di cosa si parla, infatti, leggendo i testi degli articoli è tutto il contrario: non parliamo di “risparmio”, vale a dire quell’accantonamento di risorse tipico della favole della formica e la cicala, ma di “investimento”, che tutto è tranne che risparmio.

A supporto della tesi chiamo a raccolta l’enciclopedia Treccani, ultimo baluardo della cultura nazionale, che alla voce “Rispàrmio” cita: rispàrmio s. m. [der. di risparmiare]. – 1. a. Il fatto di risparmiare, di astenersi cioè dall’usare, dal consumare una cosa posseduta o di limitarne l’uso per varie ragioni o scopi: r. di denaro, di soldi; r. di cibi, di vestiti, di carta, di munizioni; r. di tempo, di fatica; r. di uomini, di soldati; r. nell’adoperare, nel consumare, nel mangiare, nel vestirsi; far r. di qualcosa, risparmiarla; cercò di convincerlo senza r. di parole, di argomenti, usandone, portandone in gran quantità; senza r. di complimenti, di cortesie, di raccomandazioni, di consigli; prodigarsi senza r., senza avere riguardo a sé stesso, con generosità.  Usato assol., riferito a denaro, servirsene con parsimonia e oculatezza, astenendosi da spese eccessive o inconsulte… omissis.

Alla voce “Investimento”, invece, cita: investiménto s. m. [der. di investire]. – 1. Impiego di una somma di denaro in un’impresa o nell’acquisto di valori o anche di oggetti: fare un buon, un cattivo i., un i. sbagliato. In senso più tecnico, la trasformazione di risparmio in capitale (nell’uso com. si parla però, anche se impropriamente, di i. di capitale, considerando capitale il denaro, in quanto destinato a diventarlo)… omissis.

Quindi, se per la Consob risparmio significa investimento, come nel secondo caso e come tale diffonde i dati, per il cittadino comune risparmio significa astensione dall’uso, come nel primo caso e come tale dovrebbe riferirsi, ad ognuno il proprio punto di vista, confondere però i termini è presto fatto, tanto che da quando ci hanno fatto credere di poter guadagnare somme di denaro solo affidando i nostri “risparmi” alle banche che li trasformano in “investimenti sicuri“ moltissimi si sono gettati nell’avventura dei cosiddetti mercati senza considerare che quello che ha provocato la crisi del 1929, conosciuta come la più grande recessione economica mondiale, potesse ritornare e legittimando così con la propria partecipazione diffusa alla rovina inconsapevole del “risparmio”.

È chiaro che non essendo un economista e non avendo investimenti per scelta cosciente troverò moltissimi altri non economisti migliori di me che avendo investito pensano di sapere quello che fanno e diranno che sbaglio, il risparmio si fa investendo, ma anche se fossi un economista troverei altri economisti “più autorevoli” che obietterebbero ai miei argomenti e quindi taccio, quello che so è quanto è scritto nella storia: nel 1929 al crollo dei mercati per motivi non importanti in questo articolo e certamente non legati all’economia reale gli istituti bancari si trovarono improvvisamente senza liquidità ed iniziò una recessione tale da coinvolgere il mondo intero.

La soluzione trovata fu semplice, istituire un fondo di garanzia per il risparmio, non per l’investimento, e separare l’economia reale da quella virtuale dividendo gli istituti in credito, le banche commerciali, e debito, le banche di investimento, responsabili del crollo, l’atto finale si chiamò Glass Steagal Act, dal nome dei senatori che lo presentarono al congresso, e fu promulgato dal presidente Roosevelt nel 1933, il resto del mondo seguì in fretta l’esempio ed in Italia fu adottato sotto il governo Mussolini con due riforme nel 1936 e poi nel 1938.

La riforma resistette fino al 1990 quando, con la legge di riassetto degli istituti di credito, fummo proprio noi italiani, primi al mondo, a cancellare la separazione bancaria e dare origine ai grandi gruppi bancari moderni che con i soldi del Monopoli, quelli della borsa per intenderci, ci convinsero ad “investire” i nostri “risparmi in azioni.

Gli usa seguirono nel 1999 quando a dicembre, un mese prima di lasciare definitivamente la Casa Bianca a fine del suo secondo mandato, Bill Clinton, con un atto votato da entrambi i rami del Congresso, cancellò proprio quel Glass Steagal Act che aveva protetto il mercato economico mondiale per ben sessantasei anni, fino a quando, cioè, le nuove generazioni ne avevano perso la memoria e siccome come disse il grande filosofo George Santayana «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo», oggi noi stiamo lentamente andando inesorabilmente verso quel passato che non ricordiamo più, convinti non solo che non sia esistito, ma che a noi, esperti economisti, non potrà più accadere.

Praticamente un suicidio assistito.