SCUOLA SENZA ASCENSORE SOCIALE. SALE SOLO IL 12% DI CHI PARTE SVANTAGGIATO

DI CHIARA FARIGU

Come t’eri laureato
Ti si apriva una carriera,
e adesso invece, sì … buonasera! cantava un divertente Renato Rascel nel ’78, anticipando quello che oggi è una cruda realtà: il famoso “pezzo di carta” non è più il lasciapassare per essere catapultati nel mondo del lavoro. E, quel che è peggio, la scuola non ha più quella funzione di ascensore sociale che svolgeva un tempo. Sino a qualche decennio fa si studiava per migliorare la propria condizione di partenza. Per lasciarsi alle spalle la vita di sacrifici dei genitori e dei nonni e guardare al futuro con serenità e ottimismo. Oggi non è più così.
Il sistema di istruzione italiano sta perdendo sempre più non solo la tradizionale capacità di garantire opportunità occupazionali ma anche di funzionare come strumento di ascensore sociale. A renderlo noto il nuovo rapporto sulle disuguaglianze a scuola redatto dall’Ocse, “Equity in education” a conferma di come gli svantaggi inizino a manifestarsi molto presto, fin dalla quinta elementare, vale a dire intorno ai dieci anni. Dati impietosi e incontrovertibili: solo il 12% degli studenti più svantaggiati sulla scala socio-economica entra, come sottolinea il report, nel novero dei “più bravi”. Uno ogni otto. Gli altri si perdono, abbandonano e vanno a ingrossare le fila di chi si accontenta di un bagaglio culturale povero o appena sufficiente. Uno ogni otto resiste e frequenta per lo più un liceo. Entrando nello specifico gli analisti Ocse evidenziano il gap tra studenti benestanti e quelli provenienti da famiglie meno abbienti dei quali solo il 6% viene iscritto in istituti di prestigio. Ancora una volta è la famiglia di provenienza a fare la differenza. Il grado di istruzione dei genitori è di fondamentale importanza per la formazione e l’istruzione dei giovani: i dati confermano che solo uno su cinque riesce a raggiungere un livello di formazione e di competenze più elevato rispetto ai propri genitori.
Ascensore sociale fermo, dunque, non solo per l’Osce ma anche per il Censis.Al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente”, fa sapere l’Istituto di ricerca, a conferma che l’inversione di marcia si registra a partire fin dagli anni ’70 per aumentare sempre più nei decenni successivi.
“L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”, scrive magistralmente Erri De Luca ne “Il giorno prima della felicità”. 
Un pensiero condiviso dalle generazioni passate quando la scuola aveva ancora il suo peso specifico e gli insegnanti godevano di quel prestigio sociale che oggi è solo un mero ricordo.
L’abbandono scolastico, intendiamoci è sempre stata una delle piaghe che hanno afflitto l’istituzione scolastica: marginale tra i figli dei laureati, leggermente più elevata tra i figli dei diplomati, per arrivare quasi ad uno studente su tre, ben il 27% tra i figli di genitori con la sola licenza della scuola dell’obbligo.
Se a questo, di per sé già significativo, si aggiunge pure lo scollamento tra i percorsi di studi portati a compimento e il successivo mancato inserimento nel mondo del lavoro, si comprende meglio la disaffezione a completare un percorso formativo in quanto “carmina non dant panem”, quindi molto meglio guadagnare presto e possibilmente bene. Da un lato una scuola che, in seguito alle politiche degli ultimi decenni, ha perso sempre più quell’appeal che la metteva al centro della mobilità sociale e dall’altra il mondo del lavoro sempre più alla ricerca di tecnici, operai specializzati, addetti agli impianti e ai macchinari, periti, informatici perché “Sono queste le persone che troveranno lavoro”, ha sottolineato tempo addietro Mauro Gola di Confindustria, invitando gli studenti a regolarsi di conseguenza.
Un cane che si morde la coda. E che ci assegna l’ennesimo bollino rosso in campo europeo. Servono politiche adeguate e lungimiranti che restituiscano dignità alla scuola. Perché una cosa è certa: è dalla scuola che ha inizio tutto. Dal sapere, dalle conoscenze, dalle competenze acquisite, qualunque sia la strada che si vuole intraprendere. E’ nella scuola che si annullano le differenze e s’impara a diventare cittadini responsabili e consapevoli di diritti e di doveri.

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