UN PUGNO AD UN INSEGNANTE. IL SINTOMO DI UNA SCUOLA MALATA

DI CLAUDIA PEPE

Leggo da “Tecnica della scuola” che a Treviglio, in provincia di Bergamo, in una scuola media, un alunno ha sferrato un pugno al volto del professore, “colpevole” di averlo rimproverato ed invitato ad uscire dall’aula.

Il ragazzo di 13 anni è stato sospeso per tre settimane, mentre l’insegnante è andato al pronto soccorso per farsi visitare e adesso è a casa, sotto shock. Il docente di Educazione artistica ha avuto la colpa di rimproverare ripetutamente l’alunno, perché disturbava. Penso, ma lo penso io, che quest’insegnante prima di entrare in quella classe abbia pensato molto, cercato di capire, e che avrebbe fatto sempre e comunque il suo dovere. E il suo dovere è quello di rispettare al massimo la sua professione. La nostra professione e me lo ripeto ogni giorno, non è una missione, non è un apostolato, non può essere un centro missionario per ragazzi che nel loro passato e nel loro presente, usano la violenza come modus vivendi. E non è una violenza nata con loro, ma con la loro storia e il loro passato. È difficile diventare uomini e donne con questa zavorra, con questa massa di violenza se la scuola non cambia. La scuola ha il dovere di educare questi ragazzi lasciati soli nelle tenebre delle loro solitudini, nei loro ritrovi dove non si gioca più a figurine, ma a scambiarsi video di professori filmati di nascosto. La scuola deve far rientrare l’Educazione all’affettività, alla sessualità. Lo deve fare per i ragazzi e per noi, docenti della scuola pubblica.
Torniamo al Professore, che esausto e lo possiamo capire, ha osato rimproverare per l’ennesima volta questo ragazzo.
E dopo, deve essere stato tutto un attimo e un pugno sul viso lo ha deriso e umiliato.
No, non penso che si sarebbe aspettato che un suo allievo, un ragazzo che tante volte forse aveva aiutato, compreso, capito, sferrasse su di lui tutta la sua rabbia. Deve aver perso l’equilibrio, essere caduto a terra e svenuto per alcuni secondi. L’insegnante non si ricorda chi l’abbia aiutato.
Sicuramente era a terra, in balia di un mondo che gli vomitava addosso il suo malessere. Un ragazzo ha chiamato gli aiuti e l’hanno portato in ospedale. Nel tragitto deve aver pensato a tutto il suo passato, a tutto quello che la scuola è diventata. Si deve essere reso conto che siamo nelle mani di una collettività, che partorisce violenza senza pensare di arginarla. Un mondo che non capisce questi ragazzi. Vittime di una comunità malata, infettata, contagiosa. Ragazzi figli di una classe genitoriale troppo accondiscendente e permissiva. Ma la colpa non è solo della famiglia.
La vita ha colpito anche loro con i suoi tentacoli malati e squilibrati. Mentre era in barella, il Professore forse non trovava le parole per l’imbarbarimento di questa società, e nonostante il dolore aumentasse, provava tristezza per quei genitori che difendono a spada tratta i figli. Il significato della storia, della memoria e del nostro futuro, risiede nell’educazione.
Mentre il suo viso si gonfiava probabilmente pensava che siamo pubblici ufficiali. Ma quale pubblico e quale ufficiale? Noi siamo finiti nel substrato di una cultura che non è più degna di questa parola. Siamo diventati servi dell’ignoranza, dell’analfabetismo, dell’incompetenza. Ormai, noi insegnanti, siamo colpevoli di ogni cosa. Ma la colpa sovrana, è di essere professori e soprattutto di esistere. Forza, toglieteci di torno, tappateci la bocca, bendate i nostri occhi, riduceteci a sordi, a malati mentali, a residui della società.
Abbiamo combattuto contro una “Buona scuola” che ci ha assassinati come intellettuali, abbiamo combattuto contro una legge che vuole lo smartphone in classe, contro quei genitori che si presentano ai colloqui con i docenti, con il coltello in mano.
Mi rammento che negli anni ’60, ’70, ’80 ma anche oltre, se tornavi a casa con una nota, i genitori prendevano sempre la parte dei professori e magari scappava anche uno scapaccione. Ora, siamo arrivati alla violenza fisica, ai pugni, agli sputi, alle minacce contro di noi.
Ma probabilmente l’insegnante arrivando all’ospedale, pensava che oggi si guarda più ai progetti che alla didattica, e che salvaguardare un docente non sia così importante. Di cosa ci meravigliamo? I docenti sono al centro di una campagna denigratoria: ruolo, autorevolezza, competenze e modalità operative. Poi se uno studente tira un pugno all’insegnante, ci meravigliamo? Tutto bene, non è successo nulla. È solo un insegnante. Signori e onorevoli della Commissione Istruzione e Cultura, incominciamo a parlare di vita nelle nostre scuole, di violenza, di sessualità, di bullismo. Di quello di cui loro soffrono, di quello che a loro sembra importante e insegniamo a diventare loro stessi attraverso il loro coraggio. Perché i nostri ragazzi ce la possono fare, ce la possono fare prima che un razzismo dilagante cancelli la memoria, prima che il fantasma del fascismo sia pane quotidiano, prima di leggere notizie di ragazze drogate e violentate e lasciate morire nel lago dei loro sogni.
Vi ricordate quella filastrocca che recitava:
Giro girotondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!
Ecco, non facciamo più girotondi, ma ormai, siamo tutti giù per terra.