ADDIO A LELLO DI SEGNI. L’ULTIMO TESTIMONE DEL RASTRELLAMENTO NEL GHETTO

DI MARINA POMANTE

Ci ha lasciati Lello Di Segni, l’ultimo testimone del rastrellamento degli ebrei nell’ottobre del’43, morto nella notte del 26 ottobre. Era nato il 4 novembre del 1926 e a soli 17 anni nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 1943, venne prelevato dalla Gestapo e deportato nei campi di concentramento ad
Auschwitz-Birkenau insieme con più di mille persone tutte del ghetto di Roma. Tornarono solo in 16.
Vennero prelevati con lui anche i suoi cari, Il padre Cesare un venditore ambulante, la madre Enrichetta Zarfati, una casalinga e i tre fratelli minori: Angelo, Mario e Graziella.
All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau venne separato dalla madre e i fratelli, rimase con il padre al campo dove saranno immatricolati per poi essere separati: il padre è deportato in Alta Slesia alle miniere di carbone, Lello al ghetto di Varsavia a rimuovere macerie e liberare le strade per undici mesi. Con l’avanzata del fronte sovietico, è trasferito in treno al campo di Allach (sottocampo di Dachau) e poi a Dachau, dove è finalmente sarà liberato dagli americani.

Lello raccontò al Fatto Quotidiano l’episodio del rastrellamento: “…Quasi all’alba arrivarono, con una lista di nomi e iniziarono a guardare nelle stanze convinti che potesse esserci qualcuno nascosto.
In cantina in soffitta, dentro gli armadi… Ma c’eravamo solo noi, i nostri parenti erano scappati qualche settimana prima. Poi con il mitra puntato alla schiena ci hanno fatto scendere in strada e salire sui camion”.

Se per un adulto vivere un episodio simile è qualcosa di traumatizzante c’è da immaginare cosa potesse suscitare nell’animo di un ragazzo o di un bambino vedersi piombare in casa ufficiali della Gestapo che aprivano la porta a calci, entravano gridando, con in faccia un ghigno sprezzante. Demoni in divisa che rovesciano letti, gettano in terra oggetti, gridano parole incomprensibili e poi, mitra puntati addosso che basterebbe un sussulto per morire. Bisogna immaginare la disarmante situazione che un adulto è costretto a vivere e quella paura che deve contenere per non rifletterla sui propri figli. Momenti quasi irreali che impongono una riflessione per cercare di capire quanto la mente umana possa essere distruttiva e quanto è importante che la memoria storica di questi eventi non venga mai silenziata, per non permettere mai più che questa infame barbarie possa essere replicata.
Ecco perchè queste persone non devono avere solo un trafiletto di storia su un libro scolastico. Sono tanti i motivi che ci obbligano a mantenere vivo il loro dolore e la loro testimonianza.
Lello Di Segni si ripropose di passare il resto della sua vita proprio a testimoniare quei fatti.
Un mondo che ancora oggi non si è riconciliato con il presente e che continua a mantenere sempre latente il pericolo di una rievocazione di uno dei momenti più bui della storia.
Con la morte di Lello Di Segni finisce un capitolo della storia del novecento, una testimonianza tangibile di come avvennero i fatti, una perdita incolmabile per la comunità ebraica romana e per noi tutti.

Il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello ha commentato: “La sua perdita, oltrechè essere un dolore per la nostra comunità, è purtroppo un segnale di attenzione e un monito verso le generazioni future. Con lui viene a mancare la memoria storica di chi ha subito la razzia del 16 ottobre ed è poi tornato a raccontarcela. Da oggi dobbiamo trovare il coraggio per essere ancora più forti, per non dimenticare e non permettere a chi vuole cancellare la storia e a chi vorrebbe farcela rivivere di prendere il sopravvento. Alla sua famiglia l’abbraccio dell’intera comunità”.

La senatrice Liliana Segre, anche lei sopravvisuta ai campi di concentramento, nel ricordo di Lello Di Segni ha espresso la sua preoccupazione dicendo: “Man mano che spariscono le persone temiamo solo che sparisca la memoria. È rivolgendoci agli studenti e soprattutto agli insegnanti che si può avere una speranza che tutto quello che è successo nel Novecento per la colpa di essere nati non diventi solo una riga di un libro di storia e poi nemmeno più quello”.

Marco Impagliazzo il presidente della Comunità di Sant’Egidio ha espresso la sua costernazione per la notizia e ha voluto ribadire che: “Con Lello Di Segni scompare un testimone fondamentale della Shoah e della memoria storica di Roma. Il 16 ottobre resta una ferita indelebile per la nostra città, come abbiamo voluto riaffermare domenica scorsa alla marcia in ricordo della razzia del quartiere ebraico da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale”, aggiungendo che la morte di Di Segni, invita ad assumerci questa memoria dandoci il compito di trasmetterla alle giovani generazioni, affinchè si possa costruire un futuro di pace contro qualsiasi forma di antisemitismo, razzismo e discriminazione.

Roma è una città poliforme dove non è remota la possibilità di conoscere persone che raccontano quei momenti. La storia di Dora Anticoli è significativa: “mia madre si salvò perché lei con la mamma e la sorella quella notte si trovavano al Policlinico; non si salvarono però gli altri abitanti della casa che erano il fratello di mio nonno, la mamma, la sorella e il fratello di mia nonna. Furono tutti gasati, come pure altri parenti stretti. Questi sono dati e in questo spazio non è possibile raccontare la storia di ognuno. Io penso che la vita vissuta di ogni ebreo di allora sia materiale per la sceneggiatura di un film”.

Tra breve purtroppo le testimonianze dirette termineranno ed i ricordi tenderanno ad affievolirsi e sbiadiranno nella memoria di tutti. L’unico strumento efficace che resterà sarà la lettura e la descrizione di quell’orrore e di quell’errore.
Stiamo vivendo un periodo storico che ci fa muovere come degli equilibristi su un filo, ogni giorno viene fomentata una nuova esplosione di persecuzione razziale. Non dobbiamo rassegnarci alla passività all’indifferenza, dobbiamo invece trasmettere ai giovani il desiderio di conoscere la verità per non lasciarli alla deriva di una conoscenza imperfetta.