LO DICE MARONI: L’AUTONOMIA SERVE SOLO A PRENDERSI ALTRI SOLDI. MA HANNO UN PROBLEMA: LE FORMICHE

DI PINO APRILE

Embé, ci sono rimasti male, erano già pronti per la conta dei dobloni (i soldi, «il finanziamento», come ha confermato l’ex presidente leghista della Lombardia, Roberto Maroni, sono l’unico scopo di tutta la politica e le formulette fumogene escogitate in decenni di delirio razzista padano: federalismo, Autonomia, regionalismo differenziato, supercazzola con scappellamernto a Nord…), ma li abbiamo lasciati con il sacco vuoto: il Consiglio dei ministri dello scorso 22 ottobre doveva varare l’Autonomia del Veneto, per il saccheggio con destrezza, grazie all’inclusione, nel testo dell’accordo Stato-Regione, dell’aggancio alla ricchezza del territorio dell’entità delle risorse da trasferire dall’amministrazione centrale a quella regionale. Insomma, per assicurare gli stessi servizi a tutti i cittadini italiani (scuola, sanità, trasporti…), ai più ricchi dovrebbero essere dati più soldi e possibilità, in proporzione al loro pil, e ai più poveri, poco di quello che resta, ovvero niente. E tutto sommato, se muoiono prima, ‘sti terroni, come già sta accadendo da qualche anno, si realizza la lotta alla povertà, no? Soluzione leghista e nordica del problema, ma non nuova: ci fu un giovane lord che propose lo sterminio dei poveri, per eliminare la povertà; e Jonathan Swift suggerì che gli affamati mangiassero i bambini per sconfiggere la fame e la sovrappopolazione. In Italia siamo sulla buona strada: dal 2013 la popolazione al Sud è in calo, come successo solo altre due volte in un secolo e mezzo “unitario”: con le stragi piemontesi quando invasero il Regno delle Due Sicilie (genocidio documentato dagli atti ministeriali e parlamentari e dagli analisti del primo censimento, non riportato nei libri storia) e con l’epidemia di “spagnola” nel primo dopoguerra.

Il trucco delle risorse proporzionate non al costo dei servizi, ma al reddito di chi li riceve (bisogna averne pelo sullo stomaco…) era ben nascosto nel testo veneto approvato dal governo Gentiloni e che stava per passare con il governo giallo-verde. A ispirare Zaia e complici in questo piano, un degno allievo del professor Gianfranco Miglio, il razzista e ideologo della Lega, Luca Antonini, docente a Padova, poi eletto alla Corte costituzionale, in modo che, in caso di ricorso alla Consulta contro una tale porcata, possa essere giudice di se stesso.

La grancassa leghista aveva annunciato la festa per il 22 ottobre, l’anniversario esatto del costoso e inutile referendum lombardo-veneto di un anno fa, per il trasferimento di 23 competenze dallo Stato centrale alle Regioni (bastava una letterina al governo, come ha fatto l’Emilia Romagna; in Lombardia buttarono anche una ventina di milioni in tablet monouso per voto online: ti credo che i soldi non bastano mai!). Erika Stefani, ministra leghista e veneta all’Autonomia del Veneto (sulla carta, sarebbe ministra italiana alle Regioni, ma lei provvide a fugare ogni dubbio in proposito, già all’uscita dal Quirinale, dopo il giuramento dinanzi al presidente Mattarella) aveva garantito che era tutt’apposto, Zaia aveva fatto tirar fuori le bottiglie di prosecco, Salvini aveva dichiarato che era già con la penna in mano per firmare. Come se al governo ci fossero solo loro.

Ma fra i parlamentari 5stelle eletti a Sud, qualcuno ha fatto notare che l’Autonomia non può partire dall’assegnazione di fondi da rapina (i 9/10 del gettito fiscale) alle Regioni già più ricche e ipersovvenzionate dalla cassa comune (lasciando a secco le più povere), per finanziare servizi che non si sa quanto costino e la cui definizione (Livelli essenziali delle prestazioni, Lep) viene accuratamente evitata da 17 anni, perché a lorsignori non conviene. La ministra per il Sud, Barbara Lezzi, lo ha posto come condizione: prima i Lep. Decine di docenti univeritari, specie di economia e storia, dinanzi alla furia predatoria lombardo-veneta, hanno lanciato l’appello “No alla secessione dei ricchi” (sottoscritto da 13mila persone) ai presidenti della Repubblica e delle Camere, perché blocchino una follia che disgregherebbe il Paese. Anche una mezza dozzina di senatori e deputati 5stelle ha firmato l’appello, e così dirigenti nazionali e locali del Pd, del centrodestra, la Cgil pugliese e la segretaria nazionale del sindacato, Susanna Camusso, scrittori, giornalisti.

Ci sono stati incontri al Senato, a Montecitorio, convegni e manifestazioni ovunque. E si è mosso “Il popolo delle formiche”, con azioni di volantinaggio nelle maggiori città del Sud e dinanzi al Parlamento, dove il 22 è stato anche esposto uno striscione di una ventina di metri che non lasciava dubbi: “Lega ladrona, il Sud non perdona”. Giusto per restituire correttamente i titoli (si derubano pure da soli, 49 milioni, e promuovono ladri e bancarottieri) a chi li merita.

L’Autonomia è diventata un macigno sulla scellerata strada comune Lega-M5S; ma i cinquestelle hanno capito, pare, che assecondando l’impresentabile alleato anche su questo, il loro bacino di voti a Sud, base del Movimento, già ampiamente evaporato dopo l’accordo con i razzisti, si ridurrebbe a una pozzanghera.

E il popolo delle formiche sta creando formicai in tutto il Sud, per impedire lo scempio finale ai predatori padani (vogliono tenersi tutte le “loro” tasse; ma già da quel “loro” c’è tanto da tagliare e riattribuire, pur senza toccare ancora l’argomento dell’evasione fiscale: il Nord da solo evade quasi il doppio del resto d’Italia e dalla sola Lombardia viene metà delle richieste di “ripulitura” dei capitali nascosti in paradisi fiscali): il testo dell’appello “No alla secessione dei ricchi” è stato consegnato ai prefetti di diverse città da “formiche locali”.

I predatori padani cominciano a rendersi conto che la pacchia è finita. Zaia dichiara la sua delusione per la battuta d’arresto e spera che si tratti di un rinvio di poche settimane (o non ha capito o finge di non aver capito); Salvini evita l’argomento (c’è stato qualche scintilla con Di Maio su questo o non ce n’è stato bisogno, per suggerirgli di tenersene alla larga?); Maroni va al sodo: se il finanziamento dei compiti da trasferire alle Regioni fosse fatto tenendo conto del loro vero costo, la cosa non sarebbe più interessante, per il Nord. L’Autonomia è solo una scusa per svuotare la cassa, delle strombazzate “competenze”, non gliene frega niente. Lo dice chiaro: «È importante non tanto per le materie contenute ma per i principi di finanziamento delle materie». «Il costo storico, quello che per Erika Stefani sarà l’unico criterio di finanziamento e questo un pò mi preoccupa…, la compartecipazione al gettito erariale e i costi standard. Senza questi altri due criteri il vantaggio è molto modesto».

Altro che efficienza, decentramento e patacche varie: l’unica cosa che vogliono decentrare è la cassa. Mirano alla secessione? Ok, ma se non intendono restare in questa finzione di Paese, ci si siede, si fanno i conti e ognuno via con il suo. Storico. Fughe con il malloppo ve le scordate.

PAROLA DI MARONI: L’AUTONOMIA È SOLO UNA SCUSA PER SVUOTARE LA CASSA. MA LE FORMICHE BUCANO LE RUOTE AI PREDATORI PADANI/ di Pino Aprile

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