È GAY. CACCIATO DI CASA, VIVE IN UN SOTTOSCALA

DI CLAUDIA PEPE

La denuncia parte dall’Arcigay: cacciato di casa perché omosessuale, costretto a vivere in condizioni disumane in un sottoscala, finisce in ospedale dopo essere stato morso dai topi.

È la vicenda accaduta a Monte di Procida (Napoli). Il sindaco, Giuseppe Pugliese, ha promesso di trovare un alloggio a quest’uomo di 40 anni. Dopo 40anni, dopo una vita vissuta nel segreto, nella reclusione dei propri sentimenti, nella carcerazione obbligata del suo essere, della sua anima, delle sue emozioni, dopo aver gettato al cielo la paura per non morire ancor di più, quest’uomo ha avuto il coraggio di poter dire in famiglia la sua vera natura. E, quello che ha detto ai genitori è la cosa più bella del mondo.

Ha confessato di amare, di sentire tremiti di stelle, di aver dei sogni, di voler dichiarare al mondo che lui a 40 anni, voleva costruire quello che tutti desiderano. Un legame, un rapporto, camminare per strada mano per la mano, di poter dire: “Ti amo”. Ma non a una donna, ma a un uomo.

Sergio così si chiama l’uomo, credeva di trovare conforto, finalmente sentirsi libero, di poter abbracciare i genitori e rinascere come loro figlio. Il loro vero figlio. Ma tutto ciò è svanito in un attimo. La violenza a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi contro le coppie omosessuali sta diventando sempre più aggressiva, sempre più brutale. Mistificando l’amore con la perversione. L’ondata di razzismo che sta colpendo l’Italia non ha evitato i gay, anzi questa intolleranza li ha colpiti profondamente. Ma Sergio, se lo aspettava dal mondo esterno, mai certo da chi l’aveva messo al mondo, da chi l’ha visto crescere e sicuramente l’ha visto soffrire.

E così Sergio è stato cacciato di casa e costretto a vivere in un sottoscala come un uomo orfano dei genitori, di amici, di una mano caritatevole che lo alzasse e lo guardasse negli occhi. ha avuto la dignità che poche persone hanno. Ha avuto il coraggio di manifestarsi, ha avuto il coraggio di non vendere la sua vita ad un silenzio che lo aveva ingabbiato per troppo tempo. Il dolore di non poter essere, di non poter respirare la libertà, di non esistere, gli ha soffiato sul collo la combinazione della sua cella. Un sottoscala piuttosto che morir d’amore.

E in un sottoscala vivono anche i topi, topi che hanno morso Sergio. Trasportato all’ospedale è stato curato, lavato, rifocillato. Stiamo assistendo alla bruttura, alla discriminazione, ai pregiudizi e quell’alone nero che volteggia insinuandosi sempre più prepotentemente nella nostra realtà. E non riusciamo ancora ad esaltare la bellezza, lo splendore e l’incanto dell’amore.

Non siamo una comunità omofoba. Conoscevamo da tempo le condizioni di difficoltà di Sergio e abbiamo provato in più modi ad aiutarlo, dal Comune alla parrocchia. Ora cercheremo di trovare ulteriori soluzioni che gli consentano di non vivere in condizioni disumane”, così il sindaco di Monte di Procida, Giuseppe Pugliese, commenta la vicenda.
“Io, e ritengo la maggior parte dei miei concittadini, non sapevamo nulla fino ad oggi degli orientamenti sessuali di Sergio, e non so fino a che punto il clamore sollevato dall’Arcigay possa giovare alla soluzione dei suoi problemi”, sottolinea il sindaco. “I servizi sociali del Comune lavoravano da tempo sul caso. Gli abbiamo erogato un contributo una tantum, gli abbiamo proposto ricoveri in strutture che lui però ha sempre rifiutato. Gli abbiamo inviato per alcune ore la settimana un operatore sociosanitario, abbiamo provato a erogargli il Rei, il reddito di inclusione, ma l’Inps glielo ha negato probabilmente perché risulta intestatario di quote di beni ricevute in eredità. Insomma era ed è un caso pienamente al centro dell’attenzione della comunità, parrocchia compresa.
Moltiplicheremo gli sforzi per cercare insieme a Sergio e alla sua famiglia una soluzione, perché è indegno che nel 2018 un uomo possa vivere in un seminterrato privo dei requisiti di abitabilità”.

Spero che tutto ciò si avveri per il nostro futuro, per i nostri ragazzi che non devono avere paura di dimostrarsi per quello che sono, e per tutti quelli che ancora vivono la loro omosessualità in una cornice senza quadro.

E soprattutto appeso troppo alto per aver la forza di aprire la finestra e buttarlo nei giardini dell’odio.