JERRY GHANESE, CHE HA INCONTRATO SUL PULLMAN IL SUO BOIA

DI CLAUDIA PEPE

Chissà se Jerry, un immigrato ghanese di 29 anni mentre lo stavano massacrando di botte su un autobus a Castel Volturno, proprio in quegli istanti ha chiuso gli occhi e ha rivisto il suo Paese, le sue coste, e ha sentito il profumo del cacao e caffè. Chissà se avrà rivolto gli occhi verso il suo Lago Volta, il lago artificiale più grande al mondo.

Chissà cosa avrà pensato della sua vita, del suo futuro e del suo passato.

Jerry stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro, era saldatore. Ma ora non lo potrà più fare, perché gli hanno paralizzato gambe e braccia, la paralisi totale degli arti, sia quelli superiori sia quelli inferiori. Jerry è costretto a vivere su una sedia a rotelle, assistito 24 ore su 24 da personale sanitario, e le sue mani e piedi non funzionano più. Ma cosa è successo a questo ragazzo per meritarsi la peggior vita possibile? Jerry stava tornando a casa con il pullman e ha chiesto all’autista di poter scendere. Si è alzato e ha lasciato il posto ad una signora.

Ma c’era una persona davanti a lui. Jerry ha chiesto in maniera gentile di farlo passare per scendere. Questo signore, se possiamo chiamare signore una persona che per tre volte ha fatto finta di non sentirlo e poi, preso da un attacco di puro razzismo, di cattiveria oppressa generata sicuramente dalle sue miserie umane, miserabili quanto il suo deserto interiore, gli ha sferrato un pugno. Jerry è caduto a terra e lì la miseria di un animo ignobile, di un cuore già venduto a un demonio che si era impossessato del suo essere, ha continuato a colpirlo. Calci che infieriscono su un corpo inerme, ma soprattutto infieriscono su un’umanità desolata, disabitata, deserta.

Nessuno si è messo tra la vita e la morte, tutti hanno guardato fuori dal finestrino per neutralizzare la loro pochezza, la loro paura verso il mostro. Hanno preferito vedere un ragazzo paralizzato piuttosto che sporcarsi le mani per un impegno civile, etico e sociale.

Popolo di quaraquaquà, gente invasa dall’ignoranza che dilaga sulla terra e suoi confini. La paura che uccide i sentimenti. L’anima non distingue il colore della pelle, non conosce differenze, non conosce religioni: conosce l’uomo in quanto tale. Ma in quel pullman viaggiava la morte, viaggiava l’odio, viaggiavano persone senza il bagliore, quello che illumina la verità. In un pullman un ragazzo ghanese, tornando da un duro giorno di lavoro ha trovato il suo assassino, il suo boia, il sicario della sua umile vita. La paraplegia degli arti inferiori e la diparesi degli arti superiori di Jerry è la diagnosi definitiva, il che significa che la condizione di paralisi non è reversibile. Io ho paura per i miei studenti, per i miei ragazzi che vedono e ascoltano tutti i giorni questi episodi. Perché, forse, crederanno che è tutto possibile in questa vita, che la vita di un ragazzo che non ha il colore della nostra pelle, si possa frantumare in mille pezzi. Come rifiuti umani, come bottiglie rotte, come tazze di thè che rivoltiamo dall’altra parte per non far vedere che dietro non c’è nulla.

E Jerry ora rincorrerà le notti prive di stelle perché di notte tutti i colori sono uguali e lui è finalmente uguale agli altri.

Per colpa della nostra indifferenza.