PERCHE’ IL MOVIMENTO METOO NON HA ARRUOLATO NELLE SUE FILE IMPIEGATE E OPERAIE?

Il tema delle molestie nel mondo del lavoro è un tema vasto che ha bisogno di opportuni distinguo per evitare di fare confusione mettendo tutto sul medesimo piano.
Eliminiamo subito la violenza sessuale, la più facilmente distinguibile dalle altre e perseguibile dunque a livello giuridico. Qui non vogliamo infatti parlare di questa, perché universalmente e univocamente recepita come quello che è: una terribile violenza sulla donna, che può avere declinazioni differenti, famigliare, di gruppo e non, ma tale è.
Qui vogliamo invece farci domande sul tema della molestia, ben più ampio e che facilmente può essere confuso con un altro, quello del corteggiamento, magari insistente. Il punto è che l’unico, o meglio l’unica a stabilire il confine tra il lecito corteggiamento e la molestia illecita è chi, o meglio colei, che la subisce. E allora qui mettere confini è assai più difficile. Soprattutto quando la molestia/corteggiamento viene portata avanti nel mondo del lavoro, da persona di “ordine gerarchico” superiore .
Ora anche qui c’è un distinguo da fare perché anche ammesso che di corteggiamento si tratti, è opportuno che il diciamo “corteggiato” non si senta in qualche modo ricattato in termini lavorativi da chi lo corteggia, non si senta insomma costretto a decidere se cedere o no a quel corteggiamento diventato molestia. E arriviamo al ricatto esplicito. E qui si definisce per me la parte più interessante della questione: l’ambiente di riferimento. Perché è parecchio diverso parlare di un ricatto sul film negato, o sulla partecipazione a uno spettacolo, o il licenziamento in un contesto operaio. Una visione classista? Forse. Ma credo che sia la percezione comune della cosa.
E il fatto che il movimento metoo non abbia arruolato nelle sue file impiegate, operaie, colf, insegnanti è il segno stesso del suo oggettivo fallimento. Per eterogenesi dei fini è diventato un momento di pettegolezzo voyeuristico e sterile, e non una seria, serissima battaglia postfemminista. Il contesto ha annullato il senso della cosa e dunque ci troviamo a discutere di Asia Argento vittima suo malgrado di un ingorgo mediatico dove i piani sui confondono: il sesso consenziente, seppur con minore, le molestie, l’integrità giuridica come viatico per far televisione, l’integrità morale con la possibilità di condurre una battaglia socioculturale.
Quello che non compare invece è l’unica cosa che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Che l’uomo, non il regista e il produttore, l’uomo, spesso si approfitta della sua posizione gerarchicamente superiore (quando non della becera forza) e che la donna, non l’attrice, la donna è spesso costretta a fare i conti con un ricatto soprattutto nel mondo reale. Ecco se il contesto di riferimento si fosse finalmente allargato, la battaglia si sarebbe giustamente spostata dal rotocalco alla realtà, diventando un interessante movimento socioculturale.
Non so se c’è modo, intenzione e capacità di cogliere i limiti oggettivi. Quel che vedo è che sinora quel trasferimento non c’è stato. Ma questa sembra essere l’unica strada per ridare vita e senso a una campagna sterile.