VINCE BOLSONARO. IL BRASILE NELLE GRINFIE DI UN LUPO MANNARO?

DI PAOLO DI MIZIO

Nato nel 1955 nello Stato di San Paolo da padre e madre italiani, da ieri Jair Bolsonaro è il nuovo presidente eletto del Brasile. Ex ufficiale dell’esercito, raggiunse solo il grado di capitano, con una non brillante storia di insubordinazioni e insofferenza alla disciplina, prima di dimettersi e di passare alla politica. È stato fino a oggi un politico di secondo piano, nonostante una presenza parlamentare di circa trent’anni, ed era noto fino a poco tempo fa soltanto per le sue esternazioni ‘politicamente scorrette’ su ogni materia dello scibile umano (donne, gay, indios, sesso, famiglia) e come protagonista di innumerevoli talk show televisivi, ai quali era invitato grazie al suo gusto per l’iperbole e le affermazioni ad effetto.

Tra le sue frasi famose:
«Il più grosso errore è stato torturarli (ndr, gli oppositori) invece che ucciderli» (luglio 2016).
«Dobbiamo farla finita con questa lagna del femminicidio. C’è solo l’omicidio, e io infilerei un’arma in tutte le cinture» (8 marzo 2017, nel giorno della festa della donna)
«Se io diventerò presidente, gli indios non avranno un solo centimetro quadrato in più di riserva. Hanno già a disposizione troppa terra» (aprile 2017)
«Se sarò presidente, come prima cosa rimanderò in Italia quel comunista terrorista di Cesare Battisti» (settembre 2018).
«Basta con le politiche per i ‘poverini’. Adesso sono tutti da proteggere, le donne, i neri, i gay, i nordestini… Tutto questo con me finirà» (ottobre 2018).

Questa breve antologia basta e avanza per capire come mai la vittoria di Jair Bolsonaro nelle elezioni presidenziali sia stata salutata dai giornali progressisti di tutto il mondo con guaiti e gemiti, al grido di “Torna l’estrema destra” e “Attenti al lupo mannaro”.

In realtà questo personaggio estremo, che va ad infoltire il gruppo degli statisti anti-sistema, populisti, sovranisti, demagoghi e, in una parola, bizzarri (dove già figurano egregiamente tra gli altri l’americano Donald Trump e il presidente pistolero delle Filippine Rodrigo Duterte), è il frutto di una reazione estrema, che era prevedibile, perché nasce dagli estremismi di tipo opposto introdotti artificiosamente nella società brasiliana durante i quindici anni di governo della sinistra (due mandati di Lula da Silva e un mandato della sua pupilla Dilma Rousseff, poi bruscamente deposta da un voto parlamentare).

Le causa più appariscente del declino della sinistra è l’eccezionale ondata di scandali finanziari che ha caratterizzato il quindicennio ‘rosso’: una corruzione pervadente e diffusa a ogni livello politico e amministrativo che ha fatto quasi impallidire i pur notevoli precedenti storici del Brasile in materia di corruzione. Agli scandali puramente economici, si sono accompagnati atti criminali, veri o presunti, come la morte improvvisa o l’omicidio di testimoni e avversari politici, in un continuo avvitamento e intreccio di scandali e colpi di scena degni di un grande romanzo noir.

Lo tsunami della corruzione è stato tale da cancellare quasi completamente, nella percezione popolare, i risultati straordinari che pure il governo di sinistra aveva conseguito, in particolare durante la presidenza di Lula. Li elenchiamo: sollievo di intere classi sociali dalla povertà estrema; riduzione delle distanze abissali che esistevano tra i ricchi e i poveri; tutele sindacali per i lavoratori e tutele sociali per i meno abbienti; crescita di una numerosa media borghesia (prima sottilissima, nel sandwich tra ricchissimi e poverissimi); accresciuti diritti per le popolazioni indigene e per gli omosessuali.

Ed ultimo ma non ultimo, una forte crescita economica, che aveva portato il Brasile ad essere una delle dieci maggiori economie del mondo, membro a pieno diritto di quel gruppo di Paesi non solo emergenti ma prorompenti che è stato denominato BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).

Tutto questo però ha incontrato una secca regressione nel momento in cui è cominciata, durante la presidenza di Dilma Yousef, una dura crisi economica con forte svalutazione del real, la moneta brasiliana: nel 2013 un euro comprava 3,10 real, oggi ne compra 4,15.

Tuttavia i successi economici dei governi di sinistra rimangono innegabili. Quando Lula fu eletto la prima volta, nel 2003, la sua fama di marxista irriducibile, che aveva sofferto la prigione e la tortura in tempi di dittatura, mandò onde telluriche in tutte le borse del mondo. Ma lungi dall’applicare una dottrina economica marxista, Lula intraprese la via dell’economia di mercato, pur con una marcata attenzione alle fasce sociali più deboli tipica del socialismo e della socialdemocrazia, e in breve tempo non solo tranquillizzò tutte le piazze borsistiche del pianeta, ma fece anche balzare il Brasile fuori dalla fossa di Paese depresso, di grandi contrasti, di enormi ricchezze individuali ed enormi povertà collettive, dove era imprigionato da decenni o da secoli.

Ma già nel momento del maggiore successo del governo di sinistra cominciavano a immettersi nella società i germi della disfatta, arrivata oggi per mano del quasi oriundo italiano Bolsonaro (il cognome della famiglia era in verità Bolzonaro, con la z, poi storpiata in un atto anagrafico con la s). I germi della disfatta, dicevamo. La sinistra al governo, ossia il PT (Partito dei lavoratori), non solo è annegato in un mare di scandali, ruberie e corruzione capillare, ma ha intrapreso la strada di una ideologizzazione esasperata che ha, appunto, esasperato il Paese

Quasi fosse in cerca di compensazioni per la ‘colpa’ di aver abbandonato il marxismo classico adottando il libero mercato, il PT ha virato su una iperbolica interpretazione dei diritti civili e individuali: insegnamento spinto della sessualità a scuola (a partire dai 5 anni d’età), spazio a ogni avveniristica apertura in campo sessuale (per esempio, a scuola lezioni con allievi e allieve adolescenti seminudi, con solo gli slip indosso: quale famiglia ne sarebbe contenta?), enfasi sui diritti degli omosessuali (anche questi inculcati nelle scuole fin dalla più tenera età), elaborazione da parte di alcuni esponenti di teorie per la disgregazione della famiglia e perfino in qualche caso di assoluzione dell’incesto.

Che tutto questo avrebbe un giorno provocato una forte reazione, c’era da aspettarselo. In natura, come in fisica, a una azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. Il candidato del PT alle presidenziali, Fernando Haddad, non è andato oltre il 26% dei voti al primo turno, voti saliti al 44,9% nel ballottaggio, lontanissimi dal 55,1% dei voti andati a Bolsonero. Il nuovo presidente entrerà in carica il primo di gennaio del 2019 e allora vedremo quanto delle sue viscerali e paradossali affermazioni verbali si trasformerà in effettiva azione di governo. Le sorprese, questo è certo, non mancheranno. Ma, fino a quel momento, è prudente sospendere ogni giudizio.