BOLSONARO VINCE, IL BRASILE PERDE: UNO SPETTRO NEOFASCISTA SI AGGIRA PER IL SUDAMERICA

DI FRANCESCA CAPELLI

Brasile, anno zero. La vittoria di Jair Bolsonaro (nella foto) al ballottaggio delle elezioni presidenziali non segna solo il trionfo dell’estrema destra al governo del paese, ma chiude – per tutto il Sudamerica – la stagione dei governi progressisti.
Ex militare, nostalgico della dittatura e della tortura, affiliato a una setta evangelica, misogino, omofobico, razzista e sostenitore del suprematismo bianco. Ultraliberista in campo economico, autoritario in campo sociale. Questo il candidato scelto dal 55,1 per cento degli elettori brasiliani.
Promette di salvare il Brasile: dal tracollo economico, dalla corruzione, dalla sregolatezza delle classi popolari. Ha giocato la sua campagna sulla narrazione fittizia della destra dura contro la corruzione. Ha convinto gli elettori delle classi popolari che – come individui anziché come classe – avrebbero potuto avere di più di quanto ottenuto dai governi di sinistra. Ha convinto le classi medie e medio-alte che non avrebbero dovuto farsi carico nemmeno di una minima redistribuzione del reddito a favore dei meno abbienti. Ha avuto dalla sua parte il capitale e le corporazioni dei media (www.alganews.it/…/bolsonaro-scandalo-fondi-illeciti-per-ri…/), ma anche le sette evangeliche, da sempre mano guantata dei servizi segreti Usa in America Latina (www.alganews.it/…/sudamerica-il-peso-politico-delle-sette-…/). Bolsonaro è l’ultimo, decisivo tassello per la reconquista del Cono Sur.
Per questo le sue politiche incideranno sugli equilibri geopolitici ed economici di tutta la regione.
Al di là degli aspetti più mediatici di Jair Bolsonaro “novello Hitler” e “amico di Salvini” (non che non sia vero, ma alla fine restano aneddotici, se non inseriti in una trama interpretativa di rapporti economici), cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi? Ecco i punti essenziali del programma del nuovo presidente brasiliano.
Economia. Propone di privatizzare tutto il privatizzabile, esclusa l’impresa petrolifera di Stato, Petrobras. Ma solo perché potrebbero comprarla i cinesi, il male assoluto ai suoi occhi, in quanto stranieri e “comunisti”.
Educazione. La sua principale preoccupazione è eliminare l’educazione sessuale dai programmi scolastici. Inoltre propone un ritorno a un orientamento pedagogico conservatore.
Sicurezza. È favorevole a una liberalizzazione dell’acquisto di armi. Ha promesso di dichiarare guerra alla criminalità coinvolgendo militari e polizia. In altre parole, tropa de elite (un eufemismo per “squadroni della morte”) e grilletto facile anche contro i minori.
Equilibri in parlamento. Sono 24 gli ex militari che siedono in parlamento, molti dei quali si dichiarano sostenitori della dittatura che ha governato nel terrore il Brasile dal 1964 al 1984.
Politici “amici”. A Bolsonaro piacciono Marine LePen, il nostro Matteo Salvini, l’ungherese Viktor Orban, il filippino Rodrigo Duterde e naturalmente Donald Trump.
Politica estera. In campagna elettorale aveva dichiarato di voler bombardare il Venezuela, poi ha ritrattato. Certo è che con Iván Duque in Colombia (uomo dell’ex presidente Alvaro Uribe, www.alganews.it/…/elezioni-in-colombia-calma-apparente-asp…/) e Bolsonaro in Brasile, la politica di pace e di cooperazione su scala regionale sembrerebbe in serio pericolo.
Ambiente. Negli ultimi 10-15 anni, il Brasile, non senza contraddizioni, ha dato impulso a politiche di protezione dell’ambiente, soprattutto nei confronti dell’Amazonia. È stato uno dei paesi firmatari dell’Accordo di Parigi per i cambiamenti climatici. Bolsonaro si è dichiarato subito contrario alle aree protette e non per niente ha ottenuto l’appoggio della lobby agricola che aspira allo sfruttamento della terra per gli allevamenti intensivi.
Jair Bolsonaro fa paura a tutti. In Argentina fa paura persino agli elettori più convinti di Mauricio Macri, quelli che ne sostengono anche le pratiche autoritarie. È indubbio che Macri, uomo e politico, sia diverso da Bolsonaro (non a caso, quando era governatore di Buenos Aires aveva ottimi rapporti con Fernando Haddad, allora sindaco di San Paolo). Ma è altrettanto indubbio che un filo nemmeno tanto invisibile leghi i poteri che stanno dietro ai due capi di stato e i meccanismi grazie ai quali siano riusciti a farsi eleggere. L’incapacità a leggere questa trama di rapporti è parte del problema, oltre alla ragione dell’apparentemente inspiegabile vittoria di entrambi.

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