I CINQUANTENNI SE NE VANNO ALL’ESTERO, ALLA RICERCA DELLA FELICITA’

DI MONICA TRIGLIA

E poi succede che arrivi a 50 anni e decidi che, dopo una vita trascorsa in Italia, è arrivato il momento di andartene. E chissà se la parola giusta da usare è partenza oppure fuga.

Partiamo dalla notizia: stanno aumentando vertiginosamente gli italiani che lasciano il Paese. E non sono solo giovani. Crescono infatti gli over 50 che si trasferiscono all’estero in cerca di lavoro e, insieme, sale il numero di pensionati che scelgono di mettere su casa in Paesi come il Portogallo, dal piacevole clima ma soprattutto dal piacevole regime fiscale (per dieci anni non pagheranno un euro di tasse).

A certificarlo sono i dati del “Rapporto italiani nel mondo” 2018 della Fondazione Migrantes (Cei), presentato giorni fa a Roma, all’Auditorium “V. Bachelet” del The Church Palace: si tratta dell’unica pubblicazione edita in Italia che studia la mobilità degli italiani.

I numeri sono decisamente impressionanti. Da poco più di 3 milioni e 100 mila nel 2006, gli iscritti all’Aire – l’anagrafe degli italiani residenti all’estero – sono diventati oggi oltre 5 milioni e 100 mila, l’8,5 per cento dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia, con un incremento pari al 64,7 per cento.

Non si parte solo se si è giovani, anche se la maggioranza di chi espatria ha tra i 18 e i 49 anni (più di un terzo è tra i 18 e i 34 anni e un quarto tra i 35 e i 49).

Come sottolinea il rapporto Migrantes, oltre il 10 per cento ha tra i 50 e i 64 anni. “Migranti maturi disoccupati” li definisce il documento: persone che hanno famiglie da mantenere ma sono lontane dalla pensione, e hanno bisogno di lavorare.

Ma c’è chi lascia l’Italia anche a più di 65 anni, ed è circa il 7 per cento. Pensionati definiti “migranti previdenziali” i quali, spiega il rapporto, scelgono di stabilirsi in Paesi come Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Tunisia, Santo Domingo, Cuba, Romania. Luoghi dove è possibile fare una vita più che dignitosa, pagare senza problemi affitto, bollette, spesa alimentare e – grazie a assicurazioni private non costose – curarsi molto più che in Italia.

Proprio per ragioni economiche quasi la metà di chi parte lascia le regioni meridionali (49,5 per cento). Dal nord se ne va il 34,9 per cento e dal centro solo il 15,6 per cento.

Numeri che indicano la fase davvero difficile che sta vivendo il Paese. Ma anche la ricerca di qualcosa di nuovo, e la volontà e l’energia di non rassegnarsi. Emblematica è la bella definizione “il diritto al viaggio come diritto all’esistenza” usata, nel presentare il rapporto, dal presidente della Conferenza episcopale italiana Gualtiero Bassetti. «La libertà di andare non nega quella di rimanere o di tornare e ricominciare. Viaggiare è un diritto all’interno del quale ne vive uno più grande, il diritto all’esistenza. Un’esistenza però non rassegnata, non di accomodamento, ma realizzando sogni, ricercando ciò che mi fa stare bene, la felicità».