EUFORIA. IL FILM DI VALERIA GOLINO SULL’ILLUSIONE DELLA FELICITÀ A OGNI COSTO

DI COSTANZA OGNIBENI


Euforia. Secondo il Garzanti, corrisponde a quel “senso di grande benessere che si manifesta con vivacità, entusiasmo, fervore di attività”. Saremmo dunque ben lieti di imbatterci in Matteo, l’euforico per antonomasia magistralmente interpretato da Riccardo Scamarcio nel nuovo cimento di Valeria Golino dietro la macchina da presa. Ma proseguendo nella lettura della dettagliata definizione, ecco che ci imbattiamo nel punto 2, secondo cui: “(psich.) eccitazione psicomotoria caratteristica degli stati maniacali, sproporzionata rispetto alla realtà”.
Conosciamo Matteo, dunque, e ci facciamo inizialmente trascinare dal suo entusiasmo, dalla sua vitalità, dai suoi sorrisi, dalla sua energia. Poi conosciamo Ettore. Ettore è Valerio Mastandrea, o Valerio Mastandrea è Ettore, che dir si voglia. Pacato, impostato, schivo.
“Possibile che non riesci a concludere nemmeno una frase quando parli?”
È nel bel mezzo di una vivace discussione che lo sentiamo pronunciare la prima sentenza che romperà lo scudo di quell’iniziale stato di benessere del punto 1 per trascinare lentamente l’euforia di Matteo al punto 2. E sarà così per tutta la pellicola: un lento incedere da uno stato verso l’altro man mano che si dipanerà, fino a capovolgere completamente i ruoli del “fratello forte” e del “fratello fragile” rispetto a come ci sono stati inizialmente presentati.
Matteo ed Ettore, dunque. Fratello forte e fratello debole. Debole, perché colpito da un’irreversibile malattia, supportato per questo motivo dal fratello forte che decide di prendersene cura dopo anni di allontanamento dovuti a una sostanziale diversità. Due vite che hanno preso due pieghe antitetiche, uomo d’affari il primo, giovane, rampante, ricco e perennemente circondato da amici; insegnante il secondo, riservato, integro, rigoroso e profondamente allergico ai teatrini di Matteo e del suo entourage, perennemente all’insegna di un’allegria che non concede mai spazio alla tristezza, una leggerezza che non concede spazio alla profondità, momenti di scherno che occupano prepotentemente il posto dei momenti di riflessione, invece di concedere quella giusta alternanza tra l’uno e l’altro che ci permetterebbe di nuotare come pesci nel mare magnum delle nostre vite, alternando consapevolmente frivolezza e profondità in un’armonia che spazia tra la superficie e gli abissi. Sceglie la superficie, Matteo. E come dargli torto? Le acque sono più cristalline, popolate, sicure, per certi versi. Ma lo scotto da pagare è un timore sempre più intenso nei confronti di quegli abissi che non vuole mai esplorare, arrivando ad associarli a qualcosa di famelico, mostruoso, raccapricciante. Ma arriva un momento in cui la vita ti presenta il conto e per uno sleale gioco della sorte, ti ritrovi a dover assistere proprio la persona che, con la sua profondità e la sua intensità emotiva, per certi versi te li rappresenta, quegli abissi, ed è qui che la Golino, dietro una pellicola che si allontana dal cinema mainstream per entrare nell’area delle pellicole d’essai, pur rimanendo alla portata di tutti, manifesta il talento di una regista ancora alle prime armi – questo è solo il suo secondo lungometraggio – ma con tutti gli strumenti per costruire una carriera altrettanto di successo che quella di attrice.
“Euforia” si presenta come un’analisi profonda dell’odierno homo ridens, vale a dire quello stato d’animo cui la società spesso ci costringe per rimanere al suo passo, pena il rischio di divenire dei veri e propri outsider, qui rappresentati dall’immagine del fratello malato Ettore. E laddove quella naturale propensione al piacere non arriva per il subentrare di una crisi dovuta a un naturale percorso di crescita, subentrano le pillole della felicità, che aiutano a dormire chi perde il sonno, a gioire chi si sente triste, a sorridere chi avrebbe voglia di piangere.
Non sappiamo questa ondata di homo ridens, certamente molto più massiccia nell’opulenta società del capitalismo, dove ci porterà, ma finché ci saranno attori in grado di interpretare gli “Ettore” come Mastandrea, o registi che la raccontano come la Golino, una buona forma di resistenza si potrà continuare a esercitare.