IL PREMIO DEL PUBBLICO DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA

DI GIOVANNI BATTAGLIA

“Dedico il film a chi non vuole togliersi questo vizio di sperare” ha commentato Edoardo De Angelis vincitore del premio del pubblico alla festa del cinema di Roma.

“Il vizio della speranza” è un film drammatico, crudo, un film di frontiera che si svolge a Castel Volturno, la cittadina campana, abusata location di cinema degli ultimi anni, dove il regista segue letteralmente, con la camera praticamente sempre a mano, Maria, la protagonista del film tra vecchi condomini in disfacimento e montagne di plastica e rifiuti.
Maria , interpretata da Pina Turco, è una ragazza con un tragico passato che è diventata una donna priva di scrupoli che parla poco e che per lavoro guida una piccola barca con la quale risale il fiume di questa striscia di terra desolata, accompagnando povere ragazze, spesso prostitute, a partorire in un luogo nascosto.
Queste donne vanno a vendere i loro figli ad una organizzazione criminale che li porta a coppie senza figli e senza scrupoli
Lo fanno per soldi o per la speranza di dare loro un futuro migliore o forse perché lo fanno tutte le altre ed è così che devono andare le cose.

Il suo fedele compagno è un pitbull da cui non si separa mai che la protegge silenziosamente mentre passano i giorni della sua vita tra l’orrendo lavoro, la famiglia forse più orrenda del lavoro stesso e Zi’Mari, la sua datrice di lavoro, un boss della malavita locale che l’aveva scelta quando era poco più che una bambina.

“Castel Volturno, nell’organismo della nazione, è un organo secondario, è la milza d’Italia. Un organo secondario, se lo asporti, sopravvivi lo stesso. Eppure, tra i secondari, la milza è l’unico a essere collegato all’organismo attraverso vasi sanguigni, vene e arterie. Inoltre, combatte le infezioni ematiche ed è un buon serbatoio di sangue. Insomma, la puoi pure buttare via se proprio devi ma pensaci bene perché ti serve. Castel Volturno è un rifugio di peccatori, donne e uomini in fuga da fame, guerre o semplicemente da fallimenti professionali e personali. Esseri umani in cerca di un luogo dove ricominciare a vivere. Vengono qui perché ci sono molte case abbandonate, un controllo blando della legge, un clima buono, il mare. 25 mila abitanti regolari, 25 mila irregolari. Due eserciti contrapposti che convivono sull’orlo del conflitto scambiandosi soldi, cose, droga, sesso, figli, qualche tenero abbraccio e antiche malattie. Quando non hai i soldi per comprare il pane preghi Dio che ti mandi la manna dal cielo; quando i soldi per il pane ce li hai, preghi per avere da bere, una macchina, una casa e quando hai tutto preghi perché nessuno te lo porti via. Il desiderio è un sentimento semplice che genera una faccenda complessa e viziosa come la speranza. Per molti è la resa definitiva, per qualcuno è la pietra miliare della salvezza”.
Con questa bellissima metafora De Angelis definisce Castel Volturno, il vero protagonista del suo film.
”Nel fotogramma passato, presente e futuro. Nessuna presentazione dei personaggi, nessuna divagazione. La storia delle donne e degli uomini è scritta sul corpo: nelle cicatrici il passato, nei gesti il presente, negli occhi il futuro. Il corpo è lo strumento principale della narrazione perché la sua materia mobile esprime la trasformazione dei personaggi; è veicolo tematico in quanto mostra la bellezza ferita di essere umani in attesa di qualcosa o qualcuno, disperati attaccati a un’ultima speranza; infine, il corpo esprime la volontà dell’anima di sovvertire l’ordine della disperazione, attraverso la resistenza e, al momento giusto, la ribellione. Pensate a un inverno freddo, un tempo in cui tutto attorno a noi sembra morto e accendiamo il fuoco per scaldarci, in attesa che cambi. La terra genera, la terra ospita, la terra lascia prosperare e poi sovrasta il corpo morto; il vento soffia sul fuoco e spinge l’acqua del fiume verso la terra, per ravvivarla. La vita si ostina a lottare contro la morte: l’arco del mondo si trasforma attraverso la nascita, la morte e la rinascita. Tutto ciò che resta immobile muore. Ciò che si muove vive. Per chi ha la forza di resistere, il premio è il miracolo del mondo che nasce.”
In conferenza stampa alla domanda di come fosse nata l’idea di questo film aveva risposto “ Il punto nodale, il centro del mio film è che solo chi resiste, chi fa qualcosa per cambiare il proprio destino riesce a vincere ed in questo senso l’inverno è emblematico perché, resistere all’inverno ed al freddo è una metafora di questa resistenza morale.
Maria si ribella quando prende coscienza di quello che sta facendo; prende coscienza del fatto che deve reagire e prendere la propria vita in mano”
Le immagini potentissime di questo film sono esaltate dalla bellezza della musica affidata ancora una volta ad Enzo Avitabile in un crescendo di grande impatto emotivo.
La sceneggiatura a quattro mani è stata condivisa tra Edoardo de Angelis e Umberto Cottarello e potrebbe essere definita come una parabola.
Il film ha una lettura mistica, religiosa molto potente e risponde sicuramente ad un bisogno personale del regista di raccontare il mistero della nascita e quindi diventare universale.
La spiritualità, il misticismo che lo pervadono sono allo stesso tempo la forza ed il limite di un film che troppo spesso diventa melodramma eccessivo e poco credibile.
Lo scontro tra questa grande perfezione, eleganza, bellezza delle immagini e così poca credibilità specialmente per quanto riguarda il finale mettono il film in un area che potrebbe essere quella di un film di passaggio nella carriera di un bravo regista che ha forse premuto troppo l’acceleratore quando avrebbe dovuto lavorare in levare.
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