PENSIONI: C’E’ UN MISTERO ATTORNO ALLA QUOTA 100

DI MARINA NERI

 

Lavoro. Quiescenza. I capisaldi della Dignità di un uomo. Tutelati, anzi codificati nella Legge Superiore del nostro Stato. Eppure come mai altri diritti, vilipesi, offesi, mutilati, martoriati come negli ultimi anni è accaduto. Alla logica della compravendita dei diritti sono state sacrificate conquiste appannaggio di civiltà. Proprio su questi pilastri fondanti si sono consumate efferatezze e nefandezze tali da prostrare lo spirito combattivo della gente.

E via col valzer della eliminazione dell’art. 18, con il jobs act, per giungere alla Fornero, alle lacrime e sangue dei soliti ignoti cittadini, all’esercito di esodati cui è stata tolta la dignità del lavorare per vivere, ai silenti di ogni categoria professionale che, a far data dal 2012, non rivedranno più i contributi versati ove non abbiano maturato il minimo contributivo elevato inopinatamente a venti anni.
Mala tempora currunt. Era il ritornello della gente comune. Frustrata. Esasperata. La stessa gente che, nelle urne, ha deciso di dare un colpo di spugna al passato fatto di inciuci e mistificazioni. Così è stato un vento nuovo a spirare nelle coscienze di un popolo stanco.

Parlavano di Lavoro. Pensioni. Ruspe sulla legge Fornero. Miracoli della Quota Cento. Nessuna penalizzazione per chi lavorava.
E questi discorsi sono stati premiati dalla gente. E, quindi, è nato il Governo del Cambiamento. La possibilità di fare, di tradurre in atteggiamento operoso le promesse elettorali. E oggi quei programmi così cari alle persone comuni, sono divenuti i temi caldi di questo autunno inseriti nella emananda legge di bilancio 2019.

Epocale secondo fonti governative. Ennesimo pasticcio all’italiana secondo analisti che hanno potuto saggiare la consistenza di alcune anticipazioni ed indiscrezioni. Un dato oggettivo al momento certo: La Quota Cento.
Il mantra del Governo era quello di volere superare le storture della legge Fornero che tante ferite addussero al tessuto sociale in materia di pensione.
La Quota Cento sarebbe la nuova tipologia di uscita anticipata dal lavoro rispetto ai normali 67 anni di eta’ e 20 anni di contribuzione minima per gli uomini (dipendenti ed autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego; ai 62 anni per le lavoratrici dipendenti del settore privato, ai 63 anni per le autonome e le parasubordinate, necessari per la pensione di vecchiaia.

Un elemento innovativo importante, vissuto con speranza da moltissime persone, guardato con trepidazione da una Troika europea sempre attesa al principio cardine del pareggio di bilancio in spregio ad ogni welfare.
In un primo momento sembrava fosse stata prevista la possibilita’ di godere della quiescenza anticipata ove la somma fra eta’ anagrafica e contribuzione fosse stata almeno pari a 100.

Successivamente pare che la disposizione fosse stata affinata prevedendo una quota 100 ottenuta avendo un’eta’ di anni 62 ed una anzianita’ contributiva di anni 38. Tale disposizione, a far data dal 2019, riguarderebbe anche i pubblici dipendenti, con una dilazione temporale ampia per l’erogazione del trattamento di fine rapporto.

Il Sottosegretario al ministero del Lavoro, il leghista Claudio Durigon, ha dichiarato in una intervista al Corriere della Sera: “Per quanto riguarderà il cumulo dei redditi da lavoro per chi sceglie quota cento, non ci sarà un divieto di cumulo assoluto, ma credo una possibilità di cumulo molto limitata”.
L’assunto ha fatto scattare una ridda di ipotesi e di valutazioni in merito alla Effettiva Portata Rivoluzionaria della c.d Quota Cento.

Secondo alcune opinioni la possibilità di cumulo molto limitata riguarderebbe le attività c.d “occasionali” nei limiti, cioè dei cinquemila euro lordi annui, precludendosi, quindi, ogni altra previsione di cumulo tra assegno di pensione anticipata con quota cento e altri redditi da lavoro.
Le motivazioni dell’Esecutivo, secondo le opinioni dei sostenitori della riforma, troverebbero fondamento nella necessita’ del rispetto del limite di spesa, previsto per il 2019 in euro 7 miliardi, e nella esigenza di garantire il ricambio generazionale negli apparati tanto dello Stato quanto nelle imprese private. Consentendo una “staffetta generazionale”, così reclamizzata dalle fonti governative, si impedirebbe agli anziani usufruenti della quota cento, di fare ulteriori lavori e si garantirebbe in tal modo l’aumentare delle occasioni di lavoro per i giovani.

La previsione del divieto di cumulo farebbe desistere molti lavoratori dal chiedere l’opzione della quota cento. Potrebbero così ridimensionarsi i numeri dei soggetti interessati addirittura del 60 % . Con questa “ limitazione” si arriverebbe a risparmiare addirittura una cifra pari a due miliardi circa .
Tuttavia, l’intenzione del Governo di porre il divieto di cumulo del reddito pensionistico con quello di altri redditi da lavoro per l’anticipo pensionistico e la Quota 100, renderebbe scettici gli interpreti sulla reale portata e valenza della riforma.

In termini pratici, secondo l’opinione di molti esperti, una previsione di tal sorta comporterebbe che non potrebbero svolgersi attivita’ lavorative extra per arrotondare la pensione, o per lo meno, quelle svolgibili dovrebbero rimanere nell’alveo delle prestazioni occasionali.

Il “paletto” del divieto di cumulo creerebbe una disparita’di trattamento perche’ riguarderebbe chi intendesse andare in pensione con Quota 100, non sussistendo, invece, nel caso del pensionamento di vecchiaia.

Il possibile, anzi quasi certo inserimento di detto limite striderebbe con gli annunci fatti in questi mesi di “Legge senza penalizzazioni per i lavoratori.”

Sarebbe una penalizzazione la previsione per coloro che, fruendo della Quota 100 non potrebbero esercitare alcuna ulteriore e seria attivita’ lavorativa, potendo al piu’aspirare alle c.d. prestazioni occasionali e nei limiti dei cinquemila euro lordi annui. Sarebbe, altresì, una penalizzazione perche’, secondo alcune stime, il lavoratore che opterebbe per Quota 100 avrebbe un assegno pensionistico con circa il 15/20 per cento in meno rispetto a quanto avrebbe percepito se fosse rimasto a lavoro fino ai 67 anni.

Potrebbe obiettarsi che si tende ad evitare esborsi da parte dell’Inps qualora il soggetto di fatto fosse in grado di proseguire a lavorare. Parrebbe voler ammonire:_ pensateci quindi, bene prima di optare per la richiesta della fruizione della Quota 100!_
Ma si potrebbe opporre, altrettanto razionalmente che il “divieto di cumulo” costituirebbe il movente principale dell’insorgere di sacche incontrollate di lavoro nero. Le attivita’ in nero, conseguentemente, comporterebbero una notevole perdita di gettito contributivo per l’Ente previdenziale.

L’alternativa al cumulo gratuito, previsto in materia previdenziale dalla legge 228/2012, che sancisce la possibilita’ di cumulare tutta la contribuzione versata in diverse gestioni pensionistiche, estesa nel 2017 anche a tutti i liberi professionisti, sarebbe la ricongiunzione o il riscatto. Ma, come ben sanno i lavoratori, non sono indolori per le loro economie.

Quindi luci ed ombre.

Al di la’ dei proclami, della sensazionalistica reclame, la legge di Bilancio 2019, con la sua parte dedicata alla pensione, resta una barca normale nel periglioso mare dell’economia italiana, le cui vele, di fatto, non potrebbero essere gonfie del vento di tutte le novità promesse, proprio perché c’è da fare i conti con la Realtà. E la realtà impone i Conti.
“Mala tempora currunt”…pensano i pensionandi. “Sed peiora parantur?”