SARA CHE IN CARROZZELLA CORRE E SUPERA NOI E OGNI TRAGUARDO

DI CLAUDIA PEPE

Io di ragazzi così ne conosco tanti, sono stata la loro insegnante. Sono stata la loro mediatrice con un mondo che ancora fa fatica a guardarli negli occhi, e quando li guardano, lo fanno con quei sorrisetti di circostanza che provocano più dolore che gioia. Io di ragazzi così ne conosco tanti, perché mi hanno costretta a vedere la vita con gli occhi rivolti verso il cielo, verso l’azzurro, verso la bellezza. Una bellezza che non rappresenta i canoni dell’omologia, ma la vera bellezza. Quella dei loro sorrisi, della loro innocenza, della loro purezza. Io, nella mia professione di insegnante di sostegno, qualche volta mi mettevo in un angolo, o chiedevo di uscire, per far sgorgare delle lacrime. Lacrime di gioia perché vedevo i miei ragazzi integrati, inclusi far parte del mondo. Quello che questi ragazzi arricchiscono con i loro balli sulle loro carrozzine, quelli che vincono le partite di pallacanestro con quelle gambe artificiali che corrono rincorrendo il loro cuore.
Sara Vargetto, capelli neri, occhi furbi e astuti, ha 10 anni. Vive a Ciampino, alle porte della Capitale, ma ormai è diventata cittadina del mondo perché tutti la vogliono. Da un anno è diventata la principessa dei runner. Da quando fece la sua prima apparizione alla Corsa di Miguel a Roma e stregò migliaia di persone per 10 chilometri fino a dentro lo Stadio Olimpico. E da quel momento non è lei a rincorrere la vita, ma la vita ad inseguirla. Sì, perché con il suo sorriso ha stregato tutte quelle persone che l’hanno vista correre accompagnata dal papà Paolo che la spinge su una carrozzina sempre più tecnologica. Sara ha le braccia di giunco, ma nonostante ciò ha corso anche in percorsi non molto agevoli. Alla Mezza Maratona Via Pacis a Roma lo scorso settembre ha affrontato una salita di 21 km. E nelle sue aspirazioni nei suoi desideri c’è un desiderio a cui Sara si appiglia con le sue braccia. Più forti della nostra banale normalità. Sara ha dei problemi. Tutti i ragazzi hanno difficoltà, solitudini mascherate da approcci sbagliati, da abbandoni che spezzano la loro vita. Dall’emarginazioni di una società che li ha già marchiati, che li ha già introdotti in quelle sfere in cui l’uscita è chiusa da un chiavistello di dolore. Sara ha un problema e si chiama “artrite idiopatica giovanile “(A.I.G.). Ma Sara lo conosce e combatte. Combatte come una guerriera a cui la vita ha tolto molto, ma lei lo butta dietro le spalle con la forza e l’ardore del suo sorriso, della sua forza e l’amore dei suoi genitori. Sara la vita la vive come dovremo fare noi, se non fossimo così sempre depressi, infelici, scoraggiati e sconfortati. Lei la vita se la mangia a morsi, l’addenta come quel panino alla mortadella che mangia prima di ogni gara. Lei la vita la divora perché sa quale valore ha, quale meraviglioso incanto sta vivendo. E noi, invece di vivere sempre guardando per terra, dovremo prendere esempio da lei. Alzare la testa, guardare il cielo, respirare finché possiamo, amare senza chiederci perché. Giocare, danzare, ballare un tango. Il tango dove il linguaggio del corpo è prerogativa e non si comunica con le parole, le quali interromperebbero l’armonia che si forma in quel momento, dove la musica si trasforma in movimento. Sara ha annusato la vita fin da piccola e afferra il bello che tanti non vedono.

A Sara non piacciono molto i dolci la mattina e infatti ogni mattina, sì ogni mattina, fa colazione con pane e salame e non gli parlate di fette biscottate con la marmellata perché riceverete una smorfia che vi farà sentire piccoli e insignificanti. Sara ha grandi alleati contro le forze del male: la famiglia, gli amici e la Fondazione Santa Lucia a Roma dove da anni è in cura ed effettua terapie con ginnastica e nuoto.

Ma una super ragazzina così non è mai sazia. Così oltre alle terapie, sempre alla Fondazione Santa Lucia, gioca anche con la squadra di basket in carrozzina “Asd Giovani e tenaci” e l’anno scorso sono arrivati ai play-off. Sotto una pioggia di applausi. Gli stessi che l’accompagnano la domenica lungo le strade dei runner, in un ritornello di “Forza Saretta” e “Viva la principessa”. In una gara nella gara: quella a darle “il cinque”. E lei risponde felice con un “Eddaje” che è il miglior ricostituente per affrontare la vita con più forza e più positività. (Fonte La Repubblica)

E Sara che vince tutte le gare, è lei che incita il papà a mettere tutto il fiato che ha, è lei che fa uno scatto in avanti e sfreccia come un’anima libera verso il traguardo. È lei che taglia il traguardo dei sogni, quei sogni irrealizzabili che si compiono come un passo di milonga. Dove le parole non contano, dove esiste il tremore del corpo e la sinuosità dei movimenti. Sara è “eros”, dal greco ἔρως, che significa “desiderio” e amare.
Sara mi ha fatto ricordare il diluvio universale dove secondo la versione di Igino Astronomo nelle Fabulae, i due coniugi hanno come premio per la loro virtù, diritto a un desiderio, e chiedono di avere con loro altre persone. Zeus consiglia allora ai due superstiti di gettare pietre dietro la loro schiena, e queste non appena toccano terra si mutano in persone. Ecco Sara è una superstite di questo mondo di inquilini e se scagliasse una pietra dietro la schiena la tramuterebbe non in una persona ma in una Scuola. In una Scuola dove la costruzione di una memoria e di un futuro non si fanno sulle basi di una visione uniformata, ma attraverso persone che la trasformano in un arco con delle frecce. Per raggiungere nuove terre, nuove albe e nuovi orizzonti. Portiamo sempre una pietruzza nella tasca. Perché non sia che dalla poesia di Sara, si possa far nascere la passione a ragazzi umiliati. Da persone che non hanno mai aperto la finestra della loro vita.