QUEI GIORNALISTI PAGATI DUE EURO AD ARTICOLO

DI CHIARA GUZZONATO

Ieri sera a Report è andato in onda il triste film sulla situazione dei giornali (e soprattutto dei giornalisti) in Italia. Bernardo Iovene è andato in giro per lo Stivale a intervistare chi si è lasciato intervistare, e a fare domande a giornalisti collaboratori con contratti a stretta di mano, direttori che fingono di non capire ed editori che tagliano costi qui e là. Vediamo nel dettaglio cosa ha scoperto.

La prima tappa è a Lodi, dove due signori seduti al bar leggono il quotidiano locale “Il Cittadino”:

– Vi piace?

– Sì.

– Sapete che questo giornale prende un milione e sei di finanziamenti pubblici dallo stato? Per voi è giusto?

I signori, stupiti, sostengono che non sia affatto corretto. Spunta da dietro il direttore Ferruccio Pallavera, che con mossa felina si reca in fondo ad una pagina del quotidiano mostrando che è tutto lì, nero su bianco: la testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7 agosto 1990, n 250. Grandezza font, -2.

Nel 2016 ben cinquantaquattro giornali hanno usufruito del finanziamento diretto dallo stato. I primi venti assorbono l’80% delle risorse, e tra i primi dieci c’è proprio “Il Cittadino”. Alla domanda di Iovene su quanto sia all’incirca il suo stipendio, Pallavera si fa improvvisamente balbuziente e borbotta un “non non non non voglio dirlo”. Precisa che la testata è una SRL senza scopo di lucro (…) e che la proprietà, udite udite, è della diocesi di Lodi. Il clero, si sa, è in deficit monetario e ha bisogno di aiuti statali. Tronfio di orgoglio, il direttore spiega che l’enorme successo del quotidiano (6500 copie al giorno) è dovuto alla territorialità: voti di tutti i diplomati e foto di gruppo inviate in redazione (gente in vacanza, gruppi estivi). Una cosa che sa di “invia la foto con la tua rivista e vinci il nostro orologio da muro”, ma che, come sostiene contento Pallavera, funziona ai fini pecuniari: “Ogni viso fotografato è una copia venduta”. Che genialata.

Altro giornale, più grande, in mano ai vescovi e al clero è “Avvenire”: anche qui, visto la povertà estrema in cui versa il Vaticano, c’è bisogno di un aiutino (e che aiutino): quasi sei milioni annui vengono versati dallo stato affinché questo giornale nazionale possa sopravvivere e continuare ad essere letto nelle parrocchie, fedelissime abbonate. Marco Tarquinio, direttore della testata, sostiene che non siano i vescovi ad essere finanziati, ma “uno strumento che risponde alle esigenze che la legge stabilisce. Sono orgoglioso che il mio editore, Conferenza Episcopale Italiana, voglia fare questo giornale, perché mi consente di farlo senza inchinarmi davanti a nessuno. Il finanziamento pubblico rende liberi”.

Ad “Avvenire” lavorano novanta giornalisti assunti regolarmente che producono un giornale da ottantamila abbonati, tra i più letti in Italia dopo Corriere, Repubblica e Stampa. Il giornale costa quaranta milioni e ne incassa venti. Se il governo decide di abolire i finanziamenti, chiude domani. Tarquinio si mostra tranquillo, quasi sicuro che nulla cambierà: “Se il governo abolirà i finanziamenti, ne prenderemo atto. Ma sarebbe un grave errore”. Eh certo, perché sareste tutti disoccupati.

Si passa poi a fare le pulci a “Libero”, che ha una situazione un po’ complessa: il 60% della società è controllata dalla Fondazione San Raffaele, costituita dalla famiglia Angelucci. L’altro 40% è della finanziaria Tosinvest, sempre della famiglia Angelucci che quindi, di fatto, controlla l’intera testata. Il quotidiano riceve un contributo statale di tre milioni e settecentosessantaquattro mila euro dal 2016. Il capostipite della famiglia è Antonio, condannato in 1° grado a un anno e quattro mesi per falso e tentata truffa, poiché prendeva indebitamente doppi contributi, per “Libero” e per “Il Riformista”.

Fabio Pavesi, giornalista finanziario, ci spiega la situazione: “Angelucci ha fatto ricorso più volte, perdendo. Quindi ora la società deve restituire dieci milioni alla presidenza del consiglio, suddivisi in rate da un milione all’anno per dieci anni”. Il paradosso quindi è: Libero riceve tre milioni e rotti l’anno dallo stato, con il quale è in debito. Non sarebbe più semplice sospendere il finanziamento statale fino alla totale restituzione del debito? Eh no, perché il giornale ha solamente settecentomila euro netti di patrimonio, e un debito di ventuno milioni. Senza l’aiutino di mamma presidenza, chiuderebbe domani. Pure lui.

È il turno de “Il Manifesto”, che si professa ancora “quotidiano comunista”. Loro, fedeli al proprio rosso credo, prendono tutti lo stesso stipendio. Non esiste una differenza tra i ruoli, un giornalista viene pagato come un grafico: tempo pieno 1800 euro, tempo parziale 1300 euro. Matteo Bartocci, il direttore editoriale del giornale, non specifica se netti o lordi.

“Il Manifesto” riceve dallo stato tre milioni e sessantaquattro mila euro l’anno. Anche qui, si parla di una cooperativa no-profit, senza editore, che prende solo quattrocentomila euro di pubblicità. Notiamo come il nostro Iovene non tartassi con domandine scomode nessuno dei rappresentanti della testata, ma passi rapidamente oltre, lasciando l’impressione che siano gli unici a comportarsi bene (o gli unici a cui non si è voluto dare fastidio).

Dopo aver parlato di “Italia Oggi” e “Il Foglio”, anch’essi riceventi contributi statali rispettivamente per quasi cinque milioni di euro e ottocentomila euro, si passa a parlare di quanti usufruiscono degli ammortizzatori sociali. Andrea Monti Riffeser, presidente FIEG e MONRIF, sostiene che le sue testate usufruiscano dei cosiddetti contratti di solidarietà da ormai due, tre anni. In tutto 281 giornalisti, che costano all’INPGI (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani) sessantamila euro al mese, ma per i quali l’azienda risparmia duecentoventi mila euro mensili. Mica male.

Un altro editore importantissimo, Cairo, pare abbia trovato la chiave del successo: risparmiare. I fornitori si adattano alle sue condizioni, la carta si compra scegliendo chi fa il prezzo più basso. La forza lavoro è inalterata, non vengono utilizzati contratti di solidarietà, ma i collaboratori vengono pagati anche otto euro lordi ad articolo. Quando Iovene lo fa notare al presidente, questi sostiene di non essere ben informato sull’argomento (dopo aver affermato di essere convinto che venti euro per un articolo siano pochi, e che in Cairo si paga di più).

Già, la spinosa questione dei compensi: Gabriele Faravelli, giornalista, riceve dal Quotidiano di Piacenza tredici euro lordi ad articolo, spese escluse. Non ha un contratto, ma solo un’amichevole stretta di mano e un “ok, puoi scrivere per noi”. Collabora con la testata da otto anni. E come lui altri giornalisti che vengono intervista da Iovene: chi quattro euro, chi otto, chi sei. Sempre spese escluse, sempre compensi lordi. Il Quotidiano di Piacenza però non ha scuse: il bilancio è in attivo, stanno facendo nuovi investimenti. Perché non mettere in regola dei collaboratori?
Alessandro Miglioli, vicepresidente editoriale, spiega: “Non è vero che paghiamo due euro all’ora per pezzo – (all’ora o per pezzo?) -Paghiamo due o tre euro per le notizie brevi. Ogni collaboratore ha un contratto a parte, ci sono collaboratori bravi e meno bravi. C’erano dei contratti, beh, sì, verbali, ma erano applicati regolarmente. No, niente di scritto. Nel momento in cui abbiamo pensato di fare i contratti scritti è nata la vertenza tra i collaboratori… quindi sì, bisognava continuare semplicemente così.” Con le strette di mano e i due euro a pezzo. Ottimo.

Non va meglio la situazione alla “Gazzetta di Parma” (15 euro lordi ad articolo, 5 euro lordi a notizia), al “Gazzettino” in Veneto (cinque, sei euro netti), al “Corriere del Veneto” (otto, diciotto euro lordi). E la cosa sconcertante è che le testimonianze vengono rilasciate da giornalisti con il volto coperto e la voce metallica, “sennò mi licenziano domani”. Cancellano la stretta di mano, insomma.

Tutto questo è, ovviamente, fuori legge, perché secondo l’equo compenso bisognerebbe essere pagati almeno ventuno euro ad articolo. Report chiude lavando i panni sporchi in pubblico, e mostrando che anche in Rai le colleghe professioniste e pubbliciste hanno un contratto di consulenza a partita iva.

Per fortuna che alla fine di questa ora di sfacelo, dopo aver consumato tutti i fazzoletti e pianto tutte le nostre lacrime di amarezza, arriva Sigfrido Ranucci che ci rassicura: “Non vogliamo certo scoraggiare chi si avvicina al nostro mestiere”. Beh, direi che ci siete riusciti benissimo.